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Schattenwelt


25.10.2008 - Giulia Dalla Negra

Schattenwelt crea con la La Banda Baader Meinhof quasi una sezione speciale all’interno del Festival di Roma, catalizzando l’attenzione dello spettatore su una tematica storicamente complessa: il terrorismo tedesco della RAF e la connivenza silenziosa che lo definisce. Schattenwelt significa letteralmente “mondo nell’ombra”, ed è proprio di un mondo nascosto e segreto che il film di Connie Walther racconta. Il cinema tedesco torna a riflettere sul proprio passato storico-sociale distaccandosi dai cliché del nazismo e comincia a dedicarsi al presente. Presente inteso come passato permanente, come inevitabile conseguenza del passato.
Costruire l’impianto della narrazione sulla contemporaneità consente di mantenere uno sguardo vivo sulla realtà odierna e contribuisce a rendere i personaggi più credibili, allontanandoli da una rappresentazione mitica.
Schattenwelt tradisce (sia da un punto di vista storico che cinematografico) un approccio laico a un tema difficile da affrontare esplicitamente; approccio che consente di mostrare sul grande schermo quella faccia del terrorismo di cui raramente si parla.
L’attenzione si sposta dal carnefice alla vittima: se la società occidentale tende a fare dei terroristi delle figure mediatiche al centro dell’opinione pubblica, lasciando nell’ombra chi subisce le loro azioni, il film ribalta completamente l’ordine delle cose. Al centro della narrazione troviamo infatti la vittima con la sua incessante ricerca della verità, ricerca che va ben oltre il desiderio di scoprire come si siano svolti realmente i fatti. Si tratta di una verità che necessita un confronto con il carnefice, dando la possibilità a chi è stato ferito di spiegare all’altro che peso abbiano avuto le sue azioni criminose.
Da segnalare, tra gli aspetti positivi del film, la qualità interpretativa degli attori e la sobrietà complessiva della regia.
Poco riuscito invece l’impianto formale che vede oscillare la pellicola dal dramma psicologico al thriller, arrivando, soprattutto verso il finale a un’eccessiva spettacolarizzazione del racconto. Manca, sul piano stilistico, la scelta di utilizzare un “linguaggio” cinematografico completamente nuovo che sappia supportare contenuti trattati con innegabile originalità e capacità critica.

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