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Middle of Nowhere


26.10.2008 - Giulia Dalla Negra

Presentato al Festival Internazionale del Film di Roma nella sezione Alice nella città, Middle of Nowhere porta sul grande schermo la storia di due adolescenti irrequieti e del loro difficile rapporto con le rispettive famiglie. John Stockwell sceglie un taglio narrativo semplice e lineare che sa mostrare allo spettatore la realtà (spesso disarmante) di una piccola provincia americana, dove tutto è sempre uguale a se stesso, e dove crescere realizzando le proprie aspirazioni sembra quasi impossibile. Paradossalmente è proprio da una situazione apparentemente così statica che scaturisce l’impianto diegetico del film.
Grace vuole iscriversi all’università per studiare medicina, ma non può ottenere la borsa di studio perché sua madre non è stata in grado di gestire il denaro che il padre, morto suicida sei anni prima, aveva lasciato alle figlie. Si vede così costretta a lavorare in un parco acquatico per mettere da parte un pò di soldi. Qui incontra Dorian, un ragazzo cresciuto in una famiglia ricchissima che non gli ha fatto mancare nulla ma che non si riconosce negli schemi educativi ricevuti. I due diventano amici e decidono, per racimolare del denaro, di mettersi a vendere marijuana. Quello che appare come un incontro casuale diventa per Grace un’occasione importante che la porta a un radicale cambiamento di prospettive e convinzioni. La giovane protagonista impara, attraverso Dorian, a conoscere meglio se stessa e le proprie paure. I due personaggi si presentano allo stesso tempo opposti e speculari: lui ha avuto tutto e lei molto poco, ma entrambi fuggono dalla realtà in cui vivono cercando di costruirne una più simile ai loro sogni.
Tra i pregi della pellicola, la qualità interpretativa di Susan Sarandon, del personaggio che interpreta sua figlia ( Eva Amurri) e del giovane Anton Yelchin, che riescono in un’ottima caratterizzazione dei propri personaggi. Meno compiuto invece l’intento di affrontare tematiche di più ampio respiro; dall’uso della droga al disagio giovanile. Gli adolescenti non sono né figure ribelli, né modelli di virtù e spesso vengono descritti attraverso l’uso di cliché narrativi come la delusione amorosa direttamente legata all’alcool e al sesso. Poco sviluppate anche problematiche come la solitudine familiare, raccontata con una leggerezza che non ne traduce il reale aspetto traumatico.
Da apprezzare l’assenza di un’intenzione didattica; Middle of Nowhere, non sembra voler insegnare nulla allo spettatore ma soltanto spingerlo a comprendere quali possano essere le emozioni di un adolescente di fronte a un sogno che sembra non realizzarsi mai.
A volte, più che il risultato, conta la consapevolezza di aver provato in tutti i modi a cambiare la situazione.

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