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12.01.2009 - Marco Boccia

Da sempre i vampiri infiammano la fantasia del cinema, che non è riuscito mai a sottrarsi, sin dai tempi del Nosferatu di Murnau (1922), al fascino di questa figura misteriosa, che affonda le sue radici nei racconti popolari dei paesi dell' Est Europa. Il vampiro come archetipo di immortalità, un'entità che gioca con la morte, concetto ben riassunto dalle parole di Eli protagonista del film: Uccido Perché Devo Vivere.

Tutta qui è racchiusa l’essenza della pellicola, che riscrive il prototipo vampiresco, non solo mostro sanguinario e violento, bensì un essere immortale, che, racchiuso nel corpo di una dodicenne, sa amare e soffrire per amore. Un essere che non uccide per puro sadismo demoniaco, ma per necessità fisiologica. Alfredson porta sullo schermo una condizione di isolamento, inadeguatezza,  emarginazione. Quella goffaggine propria degli adolescenti, incapaci di interagire con il mondo che li circonda, vinti dalle proprie insicurezze, che iniziano a fare le proprie esperienze. Un film intimo, misurato, mai eccessivo, dalla regia pacata e mai invasiva, che ci ripropone le atmosfere tipiche della Svezia dove il bianco si tinge di rosso, sottolineando, la dicotomia purezza – passionalità,  propria degli adolescenti. Un lavoro che riesce a creare tensione solo grazie alla forza delle inquadrature, che non cerca l’artifizio e il virtuosismo fine a sé stesso, che dosa bene gli stilemi del genere, che coglie e riproduce in pieno una cultura, un modo di essere, di vivere. Alfredson ci prende per mano e ci conduce in un mondo fatto di silenzi, di sguardi, dove le parole divengono inutili appendici, dove il non detto è eloquente ed esaustivo, costringendo lo spettatore ad immaginare, chiedendogli di essere parte attiva, nella costruzione del senso del racconto.

 

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