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Un Matrimonio All' Inglese


13.01.2009 - Giulia Dalla Negra

Un matrimonio all’inglese è l’ultima elegante commedia di Stephan Elliot (regista di Priscilla nel deserto)  che torna dietro la macchina da presa dopo ben dieci anni di assenza. La scelta di Elliot cade su un testo anti-convenzionale e sofisticato, un dramma teatrale di Noel Coward, già proposto al cinema da Alfred Hitchcock nei primi anni della sua carriera. Il regista (e co-sceneggiatore del film) lavora sulla commedia interrogandosi su cosa avrebbe fatto Hitchcock se avesse girato Un matrimonio all’inglese negli anni ’60, nel pieno della sua maturazione artistica. L’opera iniziale non è così divertente e si avvicina di più al genere del melodramma, Elliot e Jobbins hanno dovuto aggiungere degli elementi nuovi come l’indimenticabile scena del can can.
Un matrimonio all’inglese tra battute, sarcasmo e momenti di irresistibile comicità, trascina lo spettatore in una miscela di teatralità e iconografie codificate, immergendolo nei paesaggi e nei riti sociali inglesi degli anni ’30. L’impianto narrativo è caratterizzato da un ritmo vorticoso e coinvolgente, il cui motore non è l’azione ma la parola elevata al suo massimo valore espressivo. Ogni personaggio da Larita a Mrs. Whittaker, da Hilda a Marion, (le due giovani cognate della protagonista) prende vita sul grande schermo attraverso uno schema preciso di scambi e battute che definisce con chiarezza i ruoli interpretati, connotandoli psicologicamente. Il tema che acquista maggior spessore nel corso della narrazione è il dualismo suocera contro nuora, rappresentato da Elliot come segno di una conflittualità più ampia di stampo sociale, culturale e di classe. Larita e Mrs. Whittaker non sono soltanto due donne che non vanno d’accordo ma sono soprattutto due persone che appartengono a mondi difficilmente compatibili: il tradizionalismo inglese si scontra con la modernità americana e il legame familiare con l’individualismo.
Importante anche la scelta dell’ambientazione: il paesaggio della campagna inglese ben restituisce l’atmosfera decadente della società del tempo.
Di grande originalità, infine, l’utilizzo delle musiche, dai grandi classici del jazz a ritmi noti come quello del can can e del tango, per arrivare al sapiente lavoro di Marius de Vries (compositore già per Moulin Rouge) che ha rielaborato alcune canzoni contemporanee con il sound dell’epoca.

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