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Siouxsie, strawberry girl... forever!


13.07.2008 - Davide Ferrara

Una sera di piena estate non troppo calda e con una luna rossa che fa capolino nella pineta circostante: insomma, luogo e atmosfera perfetti per la performance di Siouxsie, la regina del dark-punk, da più di trent'anni sul palco.
La figlia del punk londinese mostra da subito che il suo forte appeal e la padronanza assoluta del palco sono rimasti intatti. Fasciatissima in una tutina molto aderente nera, rossa e argento, in stile Mazinga Z, e con ai piedi immancabili tacchi a spillo,  rivela una forma fisica un po' troppo imbolsita.
Attacca subito con They follow you e ci si rende immediatamente conto che gli anni passano per tutti, e in questo caso, più che vedersi si sente: la voce non c'è. La sua caratteristica irruenza vocale sembra essersi persa nei numerosi anni di inattività. Si alternano pezzi di Mantaray (il suo ultimo album) con classici quali Dear prudence, Israel e Christine. La nuova band fa rimpiangere i suoi "fedeli" Banshees: troppo compassati e stretti nei loro gilet sia il bassista che il chitarrista, mentre l'unico che sembra seguire l'estasi dark-wave della cantante inglese è il percussionista Hossam Ranzy.
Si arriva alla parte centrale del concerto con la sensazione che qualcosa non vada. Si avverte un briciolo di delusione tra la folla, fino a quando non accade quello che un po' tutti speravano fin dall'inizio: il chitarrista e Ranzy (vero e proprio "martello" acustico), attaccano con l'intro di Into a swan (singolo tratto da Mantaray), un misto di punk e hard-rock, e la Dea sembra risorgere dal suo innaturale torpore.
Si scaglia con veemenza sul microfono, lo afferra e comincia a violentarlo con tutta la forza che ha in gola. Ci siamo, Siouxsie Sioux è tornata. E riesce di nuovo a conquistare il suo pubblico. Prosegue con altre hits  come Arabian knights, The happy house, Honk Kong garden per concludere con quel capolavoro assoluto che è Spellbound.
Poca sperimentazione e novità fatte solo assaggiare, probabili sintomi di un'ormai estinta voglia di mettersi in gioco. Un tuffo nel passato, quello glorioso, come se l'artista volesse andare sul sicuro, gratificando una folla che da anni è affezionata alle solite canzoni.
Viene quasi da dire: "anche questa volta ci è riuscita". La regina del dark, nonostante tutto, è stata capace di catapultarci in quell'irripetibile stagione che è stato il movimento dark-punk inglese della seconda metà degli anni '70 . E la cosa non ci è per niente dispiaciuta. Tuttavia, un pizzico di amaro in bocca non può che restare…

Davide Ferrara e Elena Dolcini

 

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