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Viaggio al centro della terra 3D


20.01.2009 - Giulia Dalla Negra

Ispirato al celebre romanzo di Jules Verne, Viaggio al centro della terra 3D racconta l’incredibile avventura di Trevor Anderson (Brendan Fraser), professore universitario fuori dagli schemi accademici, che durante una spedizione in Islanda resta intrappolato in una caverna; unica via di scampo, la discesa sempre più profonda verso il centro della terra. Lo aiuteranno a farsi strada in un mondo sospeso tra realtà e immaginazione, fatto di oceani, piante carnivore, mostri marini e dinosauri, suo nipote e una giovane affascinante guida islandese.
Viaggio al centro della terra 3D è il primo lungometraggio in live action interamente girato in tre dimensioni e l’uso che viene fatto degli effetti speciali permette di considerare il film come una nuova modalità di interpretazione/percezione del genere d’avventura. Questa tecnica narrativa non mira esclusivamente a stupire lo spettatore, ma a riprodurre la sua visione reale attraverso l’impiego di due videocamere digitali poste l’una accanto all’altra ( la prima riprende le immagini destinate all’occhio destro e la seconda quelle dirette all’occhio sinistro), rendendolo parte attiva del racconto. Non è un caso che la produzione abbia scelto come regista Eric Brevig, supervisore degli effetti speciali in film come Men in Black, Pearl Harbor, Abyss e Fuga da New York.
Il tentativo di costruire un testo filmico attraverso un linguaggio innovativo e sperimentale, per quanto stimabile, non porta però ai risultati sperati. La trama, eccessivamente standardizzata, si regge su una serie di stilemi ricorrenti nel genere 3D, dall’inseguimento al Tyrannosaurus Rex alla corsa dei personaggi nei carrelli all’interno della miniera.
I dialoghi, le gag e la caratterizzazione dei personaggi sono altrettanto codificati e inseriti in uno schema di relazioni banale e prevedibile. Facile intuire sin dalle prime scene che il coraggioso professore si innamorerà della bella guida o che il giovane ragazzo di sedici anni si rivelerà capace di affrontare i pericoli molto meglio degli adulti. Al di là degli strumenti con cui viene costruita la narrazione, non c’è nessun elemento di novità e il racconto rischia di essere schiacciato da un eccesso di spettacolarità e dall’assenza (quasi totale) di colpi di scena. È evidente in questo senso la mancanza di un soggetto e di una sceneggiatura ben strutturati; Eric Brevig si è sempre occupato di effetti speciali e questo film rappresenta il suo primo debutto dietro la macchina da presa.
Davvero un peccato per una produzione che a livello tecnico/stilistico poteva rappresentare una piccola rivoluzione narrativa. Per riprodurre la visione reale dello spettatore però non basta l’uso della tecnologia; sono necessarie le parole, l’immaginazione e un pizzico di poesia.
 

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