30.01.2009 - Elisabetta Mancini ROMA - Come un corridoio di luce, spezzato da un passo interrotto e discontinuo, si snoda la storia di Emma. Una storia percorsa a fatica a causa del rimorso che oggi (2005) la rivede tornare indietro nel tempo, a trent’anni prima, nel febbraio del 1975 quando uno dei suoi migliori alunni, Mario, cadde dalla terrazza del Giardino degli Aranci nel cuore di Roma perdendo così la vita. La rilettura del passato da parte di Emma accompagna lo spettatore nello svelamento dell’intreccio, che vede come protagonisti sei alunni del vecchio istituto dove insegnava storia e filosofia e che ella convoca dopo trent’anni per far luce sulla vicenda che ancora la vede incerta sull’impianto accusatorio ai danni di Lucio che a suo avviso, da innocente, sta scontando una pena ingiusta da vent’anni. Un ritorno al passato, ai tempi della scuola, all’adolescenza, alla genesi (dei fatti ma anche della coscienza) di corpi tremanti, energici e allo stesso tempo nudi, inermi, che si vestono di abiti dal peso e dal colore distintivo che soleva classificare chi era schierato a destra e chi a sinistra, chi indossava gli abiti da borghese, proletario o fascista. Studenti ribelli, aggressivi, scalcianti e impetuosi, quelli presentati da De Magistris, come tanti altri adolescenti che nel 1975 si preparavano ad occupare gli istituti italiani, mossi da ideali politici, sociali e culturali. E proprio questi ideali sono, all’apparenza, motivo di allontanamento di Mario dal collettivo studentesco dei militanti di sinistra e forse, a detta di Emma, il nodo, la chiave della sua morte. Alimentando gli umori e gli scontenti dei compagni (ognuno con le sue motivazioni di carattere personale), nei confronti di Mario, li convince a processarlo. Le loro dita puntate su quel corpo tremante pesano su Mario come un’accusa e un giudizio indelebile, come un macchia, un’onta che piega il corpo. Solo questo ci è concesso vedere forse perché sotto processo è la società stessa, noi stessi con i nostri ideali, le accuse, i giudizi nei confronti dell’altro, di chi è lontano dalle nostre ideologie. Una scena pasoliniana che vede Mario solo, in uno spazio vuoto, inerme, accusato, colpito, ingiuriato. Diverso e solo. La sentenza agli occhi di Emma oggi sembra così forte e così ingiusta. Coloro che una volta giudicarono Mario, ora sono sotto giudizio, per quegli stessi ideali che oggi hanno perso, smarrito, o che si sono trasformati in rabbia, rancore, qualunquismo. E sotto le luci accusatorie di Emma tutti, trent’anni dopo, ritornano sui propri passi, sui propri gesti, tremanti e disarmati da qualcosa che forse ha determinato la morte di Mario. La ricostruzione della storia si snoda da questo momento in poi su due piani intrecciati, quello politico e quello personale, ma a volte poco congruenti, ai fini della storia. Si vuole dare risalto all’aggressività degli schieramenti, delle lotte e delle intolleranze politiche. È Lucio infatti, militante di destra, il ragazzo che viene accusato del delitto; ma ciò che allontana Mario è un movente personale, la vendetta di Gaia e dei suoi compagni: una prima morte di Mario. Ed è Gaia ad accusare Lucio di aver spinto Mario nel Febbraio del 1975 giù dal terrazzo del Giardino degli Aranci. Quell’ombra, quel giubbotto nero, è quello di Lucio anche oggi dopo trent’anni lo grida e lo afferma. Era Lucio e poco dopo Mario non c’era più. E su Gaia la colpa da scontare, è l’eterno rimpianto di un amore non più possibile. Quanti modi di scontare una colpa? La colpa di non aver detto che lo amava ancora e di non aver rivelato tutti i dettagli di quel tragico giorno e per Emma il rimorso di non aver potuto scoprire come andarono i fatti. Dettagli che avrebbero svelato ciò che il regista non svela a parole, ma rimarca col corpo, chiave sicuramente fondamentale in tutto il processo passato e presente. E le linee di gesso rinchiudono e confermano gli eventi, quegli stessi eventi che Emma non ha accettato e a cui non ha voluto credere per trent’anni . Un lavoro di intenso coinvolgimento corporeo che traspone la musicalità del testo di Betti in armonia dell’impianto scenico e musicale, al cui centro c’è il corpo, il movimento e l’immagine visiva, in uno spazio nudo, privo di oggetti, in una concezione della scena che molto richiama quella di Jerzy Grotowskij e del teatro povero che si concentra sull’attore. Gli autori hanno invitato il Sindaco di Roma Gianni Alemanno e il Presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti a un confronto sul tema della tolleranza politica che possa portare a un dialogo propositivo ed edificante tra schieramenti politici opposti. Tuttavia, se questo era anche l’intento dello spettacolo, dal testo non emerge. Nello spettacolo non v’è confronto alcuno, né sul piano politico, né sul piano intellettuale: ci si avvicina maggiormente a un giallo politico, a un omicidio passionale, senza rimanere però su una posizione precisa. |

Emma e i cattivi compagni
dal 17 gennaio al 1 febbraio al Teatro Vascello
Con: Marika Murri, Francesco Rossi Salvemini, Marcella De Marinis, Daniel Neri, Bernardo Casertano, Matteo Quinzi, Simone Leberati
Regia: Andrea De Magistris
Aiutoregia: Valeria De Angelis
Scenografia e costumi: Giampiero Mazzola
Testi e musiche di scena: Claudia Lanciani
Fotografie: Ivano Pulcini
Dall’omonimo racconto scritto da Stefano Betti, nasce questa pièce teatrale, Emma i cattivi compagni. Un atto unico di nove quadri diretto da Andrea De Magistris su riadattamento drammaturgico dello stesso autore e di Flavio De Bernardinis.
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