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Milk


01.02.2009 - Marco Boccia

«Mi chiamo Harvey Milk e voglio reclutarvi tutti». Così il signor Milk arringava le folle di gay, diseredati, anziani, disperati.

Queste poche parole sembrano riassumere magnificamente il personaggio Milk. Un uomo capace di inseguire i propri sogni, in grado di regalare attraverso la sua vitale caparbietà, attraverso una spavalda ironia, la speranza a migliaia di omosessuali ghettizzati e giudicati da un sistema sociale moralista e borghese. Un uomo persuaso dall'idea che solo unendo le forze si possono cambiare le cose. Henry Milk è stato il primo omosessuale dichiarato a ricoprire una carica istituzionale negli Stati Uniti d’America. Siamo nella San Francisco degli anni Settanta e l’America riesce difficilmente ad accettare i gay .
L’ultima fatica di Gus Van Sant si discosta molto dal suo modo di fare cinema.
Il suo pubblico, abituato ad una regia virtuosistica, estetizzante, dove l’autore si vede e si sente, resterà colpito da questo ultimo lavoro.

In Milk Van Sant sveste i panni dello sperimentatore e dà vita a un film misurato dalla regia che potremmo definire classica, per raccontare la vita di un uomo comune, non discostandosi mai dalla sceneggiatura originale di Dustin Lance Black.
Un Van Sant che si “nasconde”, si defila, per lasciare spazio alla storia, a una narrazione lineare che segue la vita di Milk quasi in silenzio, utilizzando campi lunghi per il Milk uomo politico e primi piani per il Milk innamorato e intimo. Un Van Sant coadiuvato dal bravissimo direttore della fotografia Harris Savides, che riesce magistralmente a restituire le atmosfere e i colori degli anni Settanta, immergendo lo spettatore in quel contesto, dando la sensazione di esservi dentro. Sapiente anche la scelta di alternare immagini di repertorio con quelle del film.

Un bio-pic (biographical picture), quello di Van Sant, che non riesce però – vista la scarsa attenzione data agli eccessi della vita di Milk – a non scadere nell’agiografia. Milk è visto quasi come un santino, un personaggio fin troppo virtuoso un po' scollato dalla realtà. Pecca questa, ridimensionata dalla grande prova di un Seann Penn coinvolto e ispirato, che riesce a tirar fuori la sua parte femminile, costruendo un personaggio perfetto nella mimica, che esplode soprattutto quando Milk è colmo di gioia. Penn non è mai caricaturale ma sempre attento, preciso, nel regalare le sfumature giuste al suo personaggio. Da sottolineare infine, la chicca dello split-screen (schermo diviso) che fraziona la scena moltiplicando i punti di vista, per restituire l’equivalente visivo del "passaparola", in questo caso, telefonico. Insomma una grande prova d’attore e un'ottima prova “matura” di un regista che ama sorprendere.

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