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Pavese: il centenario della nascita tra la favola del mito e l'essere mito


24.02.2009 - Maria Rosaria Donisi

Quando lo scorso Settembre 2008 cominciavano le celebrazioni in onore del centenario dalla nascita dello scrittore Cesare Pavese, Il Machete iniziava a muovere i suoi primi passi nel mondo dell'editoria web. All'epoca eravamo appena salpati alla volta del canal grande per immergerci nel fantastico clima della Mostra del Cinema di Venezia; oggi, con maggior lucidità, non vogliamo esimerci dall'omaggiare questo grande nome del nostro secolo.

La letteratura di Pavese è quasi tutta affidata agli istinti, alla natura. Dalla lettura del diario pubblicato postumo Il Mestiere di vivere 1935-1950, si esce turbati, quasi commossi, poiché nella natura lo scrittore depone tutta l'amara tristezza del destino dell'uomo. E lo testimonia con chiarezza quel colpo di pistola del 27 agosto del 1950. Un colpo secco, lucido: il risultato di una lunga ricerca esistenziale, di un lungo vagare. Un destino tragico e amaro. Qualcuno lo paragonò al giovane Wherther, perché entrambi accomunati da un suicidio, altri videro in quel colpo di pistola la leggenda di uno scrittore soffocato dal vitalismo decadente, altri ancora ipotizzarono che le delusioni politiche avessero potuto influire sul gesto di togliersi la vita.
Iniziò così il Mito di Pavese.

Il cantautore De Gregori nel testo di Alice si ispirò all'amore dello scrittore per una ballerina, a causa della quale si ammalò di pleurite perché l'attese a lungo fuori dal teatro sotto la pioggia (Cesare perduto nella pioggia / sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina); Diane Kurys nel 1986 diresse il film Un homme amoureux (Un uomo innamorato), pellicola vagamente ispirata alla storia d'amore che Pavese ebbe con l'attrice americana Constance Dowling.

Due coordinate importanti nella vita e nell'opera di Pavese: la donna e la morte.
Pavese dedicò a Constance Dowling la raccolta di poesie Verrà la morte e avrà i suoi occhi, straziante testimonianza del fallimento di una vita in cui si parla di morte come di un “vizio assurdo”.
Ma la creazione poetica di Pavese trova la sua più grande espressione attraverso il racconto delle forme primordiali, il ricordo, il mito. La parola mito viene adoperata per indicare quell'immagine interiore estatica, embrionale, gravida di sviluppi possibili, che è all'origine di qualunque creazione poetica.

Nell'immediato dopoguerra, tra il 1945 e il 1947, Pavese compose l'opera più coraggiosa della sua vita: Dialoghi con Leucò. Ventisei brevi “dialoghetti” (come egli stesso li chiamava) in cui lo scrittore analizzò le eterne angosce degli uomini: l' infanzia, il fato, il sesso, il destino che schiaccia gli uomini, l'audacia, la sconfitta, l'intangibilità del dolore, la morte e il destino. Dialoghi con Leucò è un ritorno alla mitologia, uno strappo memorabile, non immediatamente compreso dalla critica. I protagonisti sono eroi della mitologia greca e latina, e sono sempre personaggi diversi che dialogano tra di loro, tranne Leucotea, troncato in Leucò, che corrisponde alla dea tebana Ino, sorella di Agave e quindi zia di Dioniso. Leucò, ovvero la dea bianca dal cielo coperto di nebbia, per Pavese significò soprattutto Bianca, il nome della donna di cui lo scrittore era innamorato in quel periodo.
Issione e la Nube, Saffo e Britomarti, Virbio-Ippolito e la dea Diana, Calipso e Odisseo, la maga Circe, sembrano essere lontani dai gusti letterari del dopoguerra. Il linguaggio, asciutto e intimamente poetico, lascia scorgere il rifiuto di omologazione di Pavese, la sua forza intellettuale, che supera i tempi, li trascende e li analizza seguendo un percorso che dal mito precristiano arriva alla valutazione lucida dei problemi contemporanei. L'antinomia tra gli Dei e gli esseri umani, tra l'immortalità e la mortalità è il fulcro centrale dell'opera.
La belva è senza dubbio il dialogo che più rispecchia la condizione dell'autore. Il racconto che Endimione fa della prima apparizione della belva-Luna è intriso di una terrificante magia. Egli diventa subito proprietà della “signora dalla voce rauca, fredda e materna”. Endimione (alter ego dello scrittore) non trova più pace nel sonno e La belva diventa anche il dialogo dell'insonnia, della paura della notte, divina e terribile. L'ambiguità tra sonno magico e veglia inquieta è l'ambiguità tra il desiderio di un contatto fisico e l'impossibilità di ogni contatto. Endimione, perdendo la mortalità, perde quello che è il più grande dono dell'uomo.
L'opera è fortemente intrisa di simboli esistenziali, oscuri e cifrati all'interno dei quali Pavese tenta di razionalizzare la materia irrazionale del mito. Non a caso l'appello ai contenuti mitologici dell'inconscio collettivo avvenne in un periodo in cui lo scrittore fu suggestionato da una approfondita lettura di Jung.
Questa favola di dei e semidei ancora oggi continua a vivere attraverso l'arte teatrale. Le figure descritte prendono corpo. Come se fossero sculture leggere, gli Dei di Pavese ritornano in vita.

Per completare il nostro viaggio nel mondo di Pavese vi segnaliamo i Dialoghi con Leucò, prossimamente in scena al Teatro Vascello di Roma dal 28 febbrario al 15 marzo.
La Fabbrica dell'Attore (teatro stabile d'innovazione) presenta il suo omaggio all'autore nel centenario dalla nascita. L'adattamento, curato da Giancarlo Nanni e Cristina Kustermann, vedrà mettere in scena alcuni dialoghi tratti dall'opera di Pavese: L’isola: Calipso – Odisseo; I ciechi: Tiresia – Edipo; Schiuma d’onda: Saffo – Britomarti; Il fiore: Eros – Tànatos; La vigna: Leucotea – Ariadne; L’inconsolabile: Orfeo – Bacca e Il mistero: Dioniso – Demetra.

27 agosto 1950: nella stanza dell'albergo torinese di fronte alla Stazione di Porta Nuova, Pavese, prima di sparare quel colpo di pistola, annotò sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò che aveva sul comodino «perdono tutti e a tutti chiedo perdono».

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