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Il Giorno Prima della Felicità


24.02.2009 - Dario Parascandolo

Pochi personaggi e un unico cortile per raccontare centinaia di storie che si intersecano fra loro, in una Napoli ancora dilaniata dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale. Don Gaetano ci è familiare: chiunque abbia attraversato i vicoli del centro storico napoletano può riconoscerlo nel volto di tutti quegli uomini umili segnati dal tempo e dalla brutalità della vita. Uomini che sono imbuto di innumerevoli storie. «Le storie di don Gaetano erano assai e stavano in una persona sola. Lui diceva perché aveva vissuto in basso, e le storie sono acque che vanno in fondo alla discesa. Un uomo è un bacino di raccolte delle storie, più sta in fondo più ne riceve». E la storia di don Gaetano, portiere di un palazzo del centro storico, è raccontata da un ragazzino soprannominato “smilzo” o “scimmia” per la sua abilità nell'arrampicarsi su alberi e cornicioni, orfano come don Gaetano. Portiere, elettricista e idraulico tuttofare, don Gaetano è l'artefice di tutti i riti iniziatici della vita del ragazzino: dalle partite a scopa, gioco in cui il portinaio è imbattibile, all'apprendimento di molti mestieri, dalla buona cucina all'arte amatoria. Ma don Gaetano è soprattutto testimone e partecipe della sconfitta di fascisti e tedeschi perpetrata da un popolo che ha sollevato il capo chino da troppi anni e che insorge per ritrovare la propria libertà, per quanto anarchica possa apparire. E le storie del portinaio si intersecano con la vita dello “smilzo”, che si nasconde dietro i libri di seconda mano, che da fanciullo si arrampica sulla grondaia per “spiare” Anna, primo e unico amore, che dall'infanzia tornerà in tempo per la maggiore età. Un amore impossibile, che chiederà il suo debito di sangue. Ma la felicità è prontamente in agguato.
È fin troppo facile identificare lo “smilzo” con l'autore Erri De Luca, la cui scrittura tradisce una nostalgia ben poco velata verso un mondo che non esiste più. O meglio, che la Gomorra di Saviano ha fin troppo sommerso e schiacciato. E il cortile del ragazzino e di don Gaetano, con i suoi personaggi soltanto apparentemente secondari, sono lo specchio della ben più vasta realtà dell'intera città di Napoli. Dal microscopico al macroscopico, con lo sfondo a tratti epico della narrazione delle Quattro Giornate di Napoli, durante le quali il ragazzino, di cui è sempre taciuto il nome, venne alla luce. Giornate in cui una serie di persone smette di essere una folla ma diventa “popolo”, nel senso più nobile del termine. «Il popolo fa la sua mossa, poi subito si scioglie, ritorna a essere folla di persone. Corrono ai fatti loro ma più spiritosi, perché le rivolte fanno bene all’umore di chi le fa».
Lo stile di De Luca, che, è bene ricordarlo, vanta un passato di operaio, camionista, magazziniere, muratore e volontario nell'ex-Jugoslavia, è profondamente influenzato dal dialetto napoletano, più nella sostanza che nella forma. E non è difficile far coincidere il pensiero dello scrittore napoletano con le massime e gli aforismi di don Gaetano, uomo che considera la lingua italiana un ottimo strumento di scrittura ma povero nella comunicazione verbale. Un dialetto che fa spesso capolino nelle forme sintattiche, che donano verità al racconto, creando uno stile del tutto personale e originale, a tratti attraversato da una tensione intrinseca al dialetto, ma sempre autentico.
 

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