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Pains of Being Pure at Hearts


04.03.2009 - Dario Parascandolo

La musica dei Pains of Being Pure at Hearts è stata definita più volte indie-pop dagli incalliti frequentatori dell'underground. Un'etichetta che evidenzia una malcelata frustrazione di buona parte di un pubblico ghettizzato e di nicchia, portatore dell'unica verità musicale. Allora saranno indie anche Smiths, My Bloody Valentine, Jesus & Mary Chain e (perché no?) Stone Roses. La realtà e la quantità di copie vendute dalle suddette band poco si sposano con la parola indie, e i Pains of Being Pure at Hearts sono proprio la perfetta fusione fra il pop di Morissey e Johnny Marr e lo shoegaze zuccheroso e onirico di dischi epocali come Loveless. Ma da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, e quando una band esordiente sforna un disco pop di qualità, immediatamente i custodi del verbo alternativo li marchia a fuoco con quella parola odiosa. Fino al successo e al consenso popolare, che sarà, ovviamente,  sinonimo di scarsa qualità.
Fortunatamente le parole volano e la musica rimane. E la musica dei Pains of Being Pure at Hearts è una interessantissima lezione di melodia, testi un tantino naif (This Love Is Fucking Right) e tanto, tanto miele, mentre i quattro newyorkesi si divertono nel sembrare più inglesi della regina. Nulla nel loro disco d'esordio, se si esclude un immaturo EP del 2007, è fuori posto: dieci canzoni per un totale di trentacinque minuti di musica, avvolte da una nube di feedback in cui affoga la voce riverberata di Kip Bergman, frontman dal timbro leggero e solare, come insegna la migliore tradizione twee-pop. I ritornelli sono di facilissima memorizzazione, la sezione ritmica, scarna ed efficace, esclude ogni orpello che non sia funzionale alla miglior resa melodica, pur ammiccando di tanto in tanto ad andamenti di chiara matrice new wave. (Ma chi non lo fa?) Nessuna delle dieci tracce emerge rispetto alle altre: la band d'oltreoceano confeziona un disco che è la miglior colonna sonora del buon umore, con canzoni di sicuro impatto che si lasciano ascoltare d'un fiato e che rendono difficile l'impresa di scegliere la propria preferita. Anche se è quasi impossibile resistere alle melodie di The Tenure Itch, di A Teenager in Love e della conclusiva, bellissima Gentle Sons.

 

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