C'è stato un tempo in cui la paura soffocava il coraggio, in cui l'omertà era l'unica via di fuga.
Quel tempo c'è ancora. La Siciliana Ribelle, primo lungometraggio di Marco Amenta, ci aiuta a ricordare la storia di Rita Adria (figlia e sorella di malavitosi uccisi dalle faide di mafia) e soprattutto getta luce sulla differenza che c'è tra la vendetta e la giustizia.
Il film prende spunto dalle riflessioni che Rita affidava ai suoi diari, ma si allontana dalla cronaca per dipingere un ritratto di un'eroina moderna. «Come Antigone nella tragedia di Sofocle, Rita va dritta al suo scopo», afferma Amenta. Per la prima volta una donna siciliana si ribella alla mafia e i fatti reali diventano un espediente per narrare una scelta compiuta a causa di una promessa del destino.
Nomi e personaggi reali vengono sostituiti, ma i riferimenti ai fatti concreti sono inevitabili.
Siamo nel novembre del 1991 e quel Procuratore a cui Rita chiede aiuto, altro non è che il Giudice Paolo Borsellino. Il diario della ragazza consente al Magistrato di ricollegare tutti gli omicidi compiuti in Sicilia in quegli anni. Forte e significativa la lenta carrellata con cui il regista inquadra gli indagati attraverso un meccanismo di campo e controcampo con il volto della protagonista. In questa sequenza per la prima volta Rita non ha paura. Quella mano con cui il padre da piccola le aveva coperto gli occhi (non a caso la locandina del film sceglie di utilizzare questo fotogramma) in realtà l'aveva ingannata, l'aveva costretta a subire, a non vedere, e solo più tardi la ragazza scoprirà a sue spese che la verità è ben altra.
Suo padre e suo fratello non erano diversi da tutti gli altri uomini del suo paese per cui provava disgusto.
Il regista, che nel 1998 aveva già realizzato il documentario Diario di una siciliana ribelle, riesce a costruire una trama non troppo lontana dagli stereotipi della tragedia greca. Come nelle tragedie di Sofocle l'eroe viene abbandonato dagli dei, Rita viene rinnegata dalla madre e minacciata dal paese perché considerata una mitomane. Come Antigone anche Rita riuscirà a sfuggire a un destino troppo grande per lei solo con la morte. Il parallelo con Antigone è sin troppo verosimile, ma si tratta in realtà di un'allegoria vista attraverso un cannocchiale rovesciato. Mentre nella tragedia sofoclea Creonte incarna lo stato, nel film, così come nella vicenda reale, è la mafia a costringere l'eroina a sfidare le leggi supreme. La parentela sacrificata (il padre e il fratello di Rita) non sono eroi come Polinice, ed Emone (futuro sposo di Antigone) non è il figlio del governatore, bensì un nuovo esponente della malavita organizzata. In questo schema così attiguo agli stereotipi della tragedia, manca però la figura di Ismene, sorella di Antigone che rifiuterà di essere complice nella sepoltura del corpo del fratello. Il risultato complessivo risente di alcune reticenze: dal film spariscono figure che nella realtà sono state funzionali nello snodo della vicenda giudiziaria, come quella della cognata Piera Aiello, collaboratrice di giustizia anche lei. Probabilmente al regista interessava puntare luce unicamente sulla storia e sulla psicologia di una ragazzina di diciassette anni, custode di segreti più grandi di lei. Tuttavia restano i dubbi sulle cause della distanza dal film da parte di Piera Aiello e Vita Maria Atria (nipote di Rita).
Rita ribelle, Rita eroica, Rita martire.
La giovane protagonista Veronica D´Agostino è intensa ed efficace. L'uso espressivo del dialetto siciliano colpisce e ci immette in medias res nella vicenda. Non si può omettere un cenno sull'utilizzo simbolico dei colori in alcune scene: le lenzuola che si tingono di pomodoro simboleggiano il sangue e fungono da preludio alla tragedia. Altrettanto calzante la colonna sonora di Pasquale Catalano, noto al pubblico per i suoi lavori nei film di Sorrentino.
La pellicola è stata presentata in anteprima al Festival del Cinema di Roma, nella sezione Alice nella città, tanto per avallare ancora una volta la tesi che l'evento romano sceglie i film destinati ai più giovani sempre con particolare impegno.
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Regia: Marco Amenta Sceneggiatura: Sergio Donati, Marco Amenta Fotografia: Luca Bigazzi Montaggio: Mirco Garrone Scenografia: Marcello Di Carlo Costumi: Cristina Francioni Musiche: Pasquale Catalano Interpreti: Veronica D’Agostino, Gerard Jugnot, Marcello Mazzarella, Lucia Sardo, Francesco Casisa, Primo Reggiani, Paolo Briguglia Produzione: R&C Produzioni, Eurofilm, Roissy Film (Parigi), RAI Cinema con il contributo del Ministero per i Beni e Attività Culturali e in collaborazione con la Regione Sicilia Distribuzione: Istituto Luce Italia 2008
105'
Il giorno della sua prima comunione Rita Mancuso assiste all'omicidio del padre, un cosiddetto “uomo d'onore” che, agli occhi della bambina, risolveva i problemi della gente del paese in cambio di regali. In realtà Don Vito Mancuso aveva preso le distanze dal business della droga, e tale scelta gli costa la vita. Da allora Rita fa un patto solenne col fratello: giurano entrambi di vendicare a qualsiasi costo la morte del padre. Per sette anni scrive sul suo diario tutto ciò che vede, descrivendo minuziosamente ogni mossa delle persone del suo paese. Impara pian piano a guardare le cose con occhi diversi e nel silenzio della sua stanza sogna il giorno in cui potrà onorare la memoria di suo padre. Ben presto quel silenzio verrà interrotto da un nuovo lutto, altrettanto doloroso, quello del fratello. A quel punto Rita decide di recarsi dal Procuratore di Palermo e, costretta a scappare dalla sua città natale, entra a far parte del servizio protezione collaboratori di giustizia. A soli 17 anni Rita sarà costretta ad ammettere di essere la figlia di un mafioso e rifiuterà, a sue spese, di essere la prossima pedina della mafia.
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