11.03.2009 - Maria Rosaria Donisi Per rendere omaggio al centenario della nascita di Cesare Pavese, la compagnia la Fabbrica dell'Attore porta in scena i Dialoghi con Leucò, un'opera tutta intrisa di una terrificante magia, metafora della concezione che l'autore ha della natura umana.
Come solitamente accade quando un testo destinato alla lettura viene trasportato in teatro, la messinscena dei Dialoghi con Leucò comporta una serie di difficoltà che sono proprie dell'allestimento registico e della recitazione. Un linguaggio aulico, benché penetrante, richiede uno sforzo rilevante da parte degli attori, che devono saper calibrare le appoggiature, i cambi di tono e i gesti, per rendere dinamico un testo concepito statico. Al contempo la regia dovrà sfrenare una fervida immaginazione per poter creare vivacità in assenza delle note di regia. Fatta premessa di queste complessità, lo spettacolo della Fabbrica dell'Attore propone un adattamento che ci trasporta immediatamente nell'universo pavesiano. La scena, dominata dal bianco, è scarna, e abbellita unicamente da sculture leggere che richiamano l'universo acquatico, i volatili e figure taurine con chiaro riferimento dionisiaco.
Su questa tavolozza neutra le luci giocano continuamente con ombre che evocano la presenza di figure onniscienti ed eteree.
L’isola di Calipso e Odisseo, I ciechi con Tiresia ed Edipo, Schiuma d’onda che vede dialogare Saffo e la ninfa Britomarti, Il fiore in cui Eros e Tànatos discutono della morte del povero Iacinto, La vigna, scena centrale con Leucotea e la giovane Ariadne, L’inconsolabile con Orfeo e Bacca e infine Il mistero di Dioniso e Demetra. Sono questi dialoghi scelti tra i ventisei scritti dall'autore, e quindi ritenuti i più significativi e penetranti. In questo girotondo in cui gli dei preannunciano ai mortali il loro destino, Calipso non riuscirà a far posare la testa al suo amato, Edipo non capirà che essere cechi non è una disgrazia come essere vivi, il dolore di Saffo non si placherà, Tanatos avrà la meglio sulla vita, Ariadne continuerà a rimpiangere la vela nera e Orfeo andrà dritto nelle fauci delle baccanti.
Se gli dei hanno l'immortalità, agli uomini è concessa la poesia, e a noi spettatori è data la possibilità di vedere uno spettacolo in cui, per chi conosce il testo, ma anche per chi non lo conosce, manca la figura dell'autore, qualcuno che spieghi la presenza di questi dei e semidei che si interrogano sugli archetipi e sulle loro ossessioni. Tale figura - alter ego poteva essere rappresentata nel dialogo de La Belva, in cui Endimione si lascia sedurre da Artemide (la Luna). Pavese si identifica nel mitico giovane Endimione, a cui la dea concesse come grazia (o castigo) un sonno perpetuo. "Tu non dovrai svegliarti mai" - dice la Luna- e così Pavese, quando il pensiero di morte divenne ossessivo, interpretò questo mito, che probabilmente era emerso anni prima dal suo inconscio attraverso la creazione artistica.
Giochi di luce, colori appropriati per ogni scena e gesti misurati in conformità all'essenza del dialogo proposto. Un testo ostico, ma senza dubbio il più rappresentativo dell'autore. |