31.03.2009 - Elena Dolcini
Non lavoro partendo da un disegno, non faccio schizzi o disegni o studi di colore preparatori; penso che oggi più la pittura è immediata e diretta, più numerose sono le possibilità di arrivare a esprimere la propria idea.
É il 1951 quando Jackson Pollock rilascia questa intervista, anno che lo consacra nell’empireo della storia dell’arte internazionale. É l’anno in cui assieme a Rothko, De Kooning, Gorky e Motherwell contesta la pittura americana tradizionale, formando il Gruppo degli Irascibili, aggettivo che ben sintetizza la loro posizione nei confronti di quella che pensavano essere una concezione superata dell’arte. La svolta è di dimensioni epocali: la pittura da cavalletto è sempre più lontana e sempre meno adatta a una poetica che fa del gesto, dell’azione la propria cifra espressiva.
Pollock è un uomo americano, paradigma di stilemi culturali propri della sua nazione, ma in quanto artista è consapevole di collocarsi in un determinato momento storico condizionato da un passato egemonicamente europeo: su di lui infatti peserà sempre l’ombra di Picasso, a cui spesso si è fatto riferimento per descrivere la sua evoluzione pittorica. Pare che lo stesso Pollock si confrontasse con il pittore andaluso, alternando stima e venerazione a sentimenti di competizione irascibile, quando ad esempio riconosceva come a Picasso fosse riuscito proprio tutto.
Uno dei più grandi interpreti dell’espressionismo astratto: si sa come le definizioni livellino i significati e spingano la critica in diatribe minuziose sulla pertinenza di termini e sulla loro fattiva corrispondenza al reale lavoro artistico. Per quanto l’occhio sia fallibile e l’osservazione solo una parziale abilità di cui l’uomo deve servirsi per esperire un quadro, tali strumenti di analisi ci offrono un’indiscussa verità: i suoi quadri, quasi pitture murali per le enormi dimensioni, non sono figurativi, ma astratti e le linee contorte che l’occhio cerca di seguire con la speranza di avere una visione di insieme che sintetizzi una figura, in realtà non conducono a nulla, se non alla loro essenziale struttura. É l’interpretazione personale a deviare il soggetto del quadro, un’opera che sembra trovare il suo perché più nella sua elaborazione che nell’esposizione a lavoro terminato.
Pollock sceglie una pittura bidimensionale che rigetta la dimensione prospettica; non fa disegni preparatori perché riconosce l’incommensurabile potenza del caso, un imprevisto che dilata ineluttabilmente lo iato tra l’idea di partenza e la sua realizzazione nella superficie pittorica. L’artista fa sua la parola surrealista che ha origine nell’inconscio, individuale e collettivo: esistono infatti miti archetipici nell’immaginario comune e forse sono proprio questi ad aver legittimato interpretazioni figurative, o per lo meno simboliste. Se il quadro non contiene un soggetto tradizionale, ciò non significa che non abbia un soggetto; la pittura di Pollock è infatti talmente satura di contenuti, tanto da giungere al loro parossismo. Sono gli anni dopo la seconda guerra mondiale e gli artisti dell’epoca hanno saputo palesare necessariamente la potenza distruttiva del Nulla, una forza così endemica da caratterizzare ontologicamente l’uomo.
Proprio per questo siamo ancora attratti da Jack the dripper, questo il soprannome che Pollock si meritò per l’abitudine a far sgocciolare vernici industriali sul quadro orizzontale: consapevoli dell’imprevedibilità che caratterizza un reale aperto a tutte le dimensioni, nutriamo sempre la speranza in una rivoluzione, in una palingenesi che per dirla con Achille Bonito Oliva, affranchi l’uomo da ogni alienazione. |