Cosa bolle nella pentola dei napoletani Black Era? Fra le più prolifiche band degli ultimi anni e costantemente attiva nell'underground partenopeo, l'ensemble di Giovanni e Daiana ha da poco dato alle stampe l'EP Third Eye Guerrilla. Politica, mafia, rock indipendente e precariato sono argomenti che riguardano anche chi crea musica con devozione e cognizione di causa.
Parliamo del vostro ultimo Ep, Third Eye Guerrilla. Rispetto ai lavori precedenti in questa opera emergono spiccatamente tematiche a sfondo politico: da dove nasce questa esigenza?
Giovanni:
E’ una necessità che abbiamo sempre avuto sin dal primo disco. In ...then... diventa più evidente; le voci di Chomsky, un costante richiamo alle lobby, giochi di parole che fanno riferimento a Bilderberg, Brzezinski e Rockefeller, e poi un senso generalizzato di disperazione legato al sentire il precariato non come un fenomeno che affligge il mercato del lavoro, ma come la schifosa condizione quotidiana che decide per te su tutto; che ti accompagna in ogni minuto della giornata. Parlare di politica in maniera esplicita è sempre stata una cosa che ci ha lasciato dei dubbi, per diversi motivi. Di sicuro, quello che ci ha sempre trattenuti è la forma comiziale, che troviamo esteticamente orribile e che abbiamo sempre evitato, ma era l’unica che ci veniva in mente; in seguito abbiamo sviluppato forme diverse.
In seconda battuta, se non usi una forma di comunicazione politica codificata, rischi di imbatterti in territori su cui non sei documentato. Nascono quindi una serie di implicazioni che ti lasciano troppi dubbi su quello che stai creando; per non parlare della lingua. Quindi per spingerti su determinati territori devi essere davvero sicuro di te stesso.
Daiana:
I motivi che ci spingono a parlare di politica derivano tutti dal posto dove viviamo.
Qui, parole come “consapevolezza” assumono una valenza marginale.
La condizione di “inconsapevole” ti protegge. Le persone migliori, quelle con dei sogni o delle aspirazioni, se ne vanno. Non è stato così per me. Mi è mancato il coraggio; credo di aver subito nella post adolescenza il peso di una città come questa, che in quegli anni entrava nella sua fase di decadenza più bassa. Lavoro da tempo ormai, in situazioni che definire precarie è un eufemismo. Nonostante sia poco più di una ventisettenne credo di averle viste tutte.. Potrei parlarvi del quotidiano sperpetuo che scorre dentro Napoli; ma di questo, pare già se ne parli troppo e non credo che le mie esperienze in merito possano suscitare curiosità o novità al riguardo. Continuo solo a rendermi conto che vivere qui è difficile.
E la cosa più grave è che, spesso, pare che io stessa non ci faccia più caso. E non credo che sia solo una mia sensazione. La gente parla di un precariato che ha a che fare con il lavoro….
In realtà a Napoli il lavoro c’è; ci si deve accontentare, è vero; tutto sommato questa è una città che ti permette di vivere con poco….o ti permette di vivere un poco.
Mancano gli stimoli, quel confronto diretto tra persone competenti nel proprio settore che ti permette di superarti ogni giorno. Manca la professionalità e la voglia di raggiungerla.
Quindi a quello stesso precariato del lavoro, si aggiunge un precariato morale, culturale che ancor di più segna e si ripercuote sulle espressioni di quei singoli che escono dal mucchio, forse per scelta, magari per necessità. Diventa drammaticamente vero quindi, che se sei consapevole è più facile che tu vada via da Napoli. Così soffri di meno.
Tra i vari episodi di questa release, le tre parti di Martyr sembrano occupare un posto di rilevo. Perchè proprio Falcone, Mattei e Pasolini? Quale significato hanno per voi questi martiri?
Giovanni:
Gli eroi che illuminano con la loro presenza il nostro misero lavoro, non rappresentano, ma sono, in senso assoluto, tre elementi, alla cui assenza si deve imputare la deriva della società italiana.
Giovanni Falcone, con la sua intelligenza e perseveranza, nonostante le avversità politiche, riusciva a conseguire risultati straordinari. Tante persone ci riescono; ma lui lo faceva per il bene comune, non per proprio tornaconto. Il che non è un particolare da trascurare.
Enrico Mattei lo hanno descritto con diecimila parole; io credo che la più importante sia “idealista”. Con quaranta grammi di tritolo si spezza la storia d’Italia e la si rende schiava di chi, persone come Enrico Mattei, non le aveva.
Pier Paolo Pasolini… credo di non essere davvero all’altezza di descrivere una intelligenza e una sensibilità come la sua. Però vorrei porre l’accento sul fatto che, a 50 anni da quando lui ha pronunciato la frase che noi abbiamo trafugato, non siamo ancora capaci appieno di capire di cosa stesse parlando; il percepire come “progresso” la distruzione delle realtà contadine o semplicemente di provincia, appartiene a ognuno di noi e questo dovrebbe essere misura di quanto la società dei consumi ci abbia depravato.
Daiana:
Ecco, per tornare alla domanda precedente, proprio i tre episodi di Martyr rappresentano l’ultimo modo che abbiamo trovato per parlare di politica senza essere comiziali.
Martiri però sono anche le persone che vivono nella nostra società odierna, quelle che affrontano la quotidianità, gente che non arriva alla fine del mese, morti sul lavoro, precari a vita. Che differenza c'è tra questi martiri e quelli di cui parlate?
Giovanni:
Probabilmente solo il fatto che loro abbiano scelto di essere quello che erano.
Carlo Lucarelli, nelle sue ricostruzioni storiche, quando parla di morti ammazzati, ripete spesso le frasi: non ci teneva ad essere un eroe o a fare l’eroe non ci pensava neanche e se glielo avessero chiesto, avrebbe rifiutato. Io credo che sia solo questa la differenza, davvero.
Daiana:
Un martire è uno che non rinnega la sua causa per aver salva la vita.
Il sound e i testi dei Black Era spesso fanno leva su sentimenti quali la rabbia, la rassegnazione e la voglia di riscatto, gli stessi che animano la mente di una parte di quei giovani che si interessano di questioni politiche, mentre i nostri governanti appaiono sempre più screditati a causa delle loro scelte inconcludenti. Voi che siete particolarmente sensibili a certe tematiche, cosa vi aspettate dal futuro di questo Paese?
Giovanni:
Non ci aspettiamo proprio nulla.
Piuttosto speriamo in una presa di coscienza profonda della reale situazione di arretratezza sociale, culturale, strutturale ed economica dell’Italia da parte di tutti, prendendo come modelli persone come quelle che abbiamo citato prima e non quelle proposte dal mostro mediatico.
Sarebbe auspicabile che le persone usassero la loro coscienza tutti i giorni, da quando fanno la spesa
a quando si siedono al computer e quando vanno a votare.
Daiana:
Sarebbe auspicabile anche che tutti cominciassero a pensare con la propria testa e col cuore; si giungerebbe tutti a conclusioni molto simili. Ma ci sono ostacoli enormi in questo cammino e sono tutti nella sfera dell’educazione; perciò cercano di distruggerla.
Voi siete di Napoli, una città al centro di un caso molto dibattuto come la questione dei rifiuti. Seppure il capoluogo campano non costituisca un esempio di etica a livello europeo, ultimamene, stando a quello che vediamo in TV la situazione sembra essere migliorata...
Giovanni:
La spazzatura di Napoli non è un problema: è una conseguenza della malavita organizzata, delle istituzioni conniventi o prodotte dalla stessa camorra, dell’indolenza della gente e della rassegnazione; conseguenza del fatto che gli italiani reputano queste cose problemi locali e non priorità che soffocano la Repubblica. Vedere le strade pulite, o sapere che esistono gli inceneritori non risolve i problemi;
significa solamente che quella conseguenza era diventata troppo evidente è hanno deciso di contenerla. La camorra a Napoli è un ammortizzatore sociale; dà lavoro a tante persone, questo è il problema. Questa cosa non si vede dalle foto.
Seguire il lavoro di persone come Roberto Saviano, ogni giorno, leggere quello che queste persone fanno, diffondere quello che dicono è un dovere civile e un punto di partenza.
Tornando alla vostra musica, Third Eye Guerrilla Ep testimonia quanto la vostra prolificità sia sorprendente: due album e due Ep in una manciata di anni sono la prova di quanta costanza e dedizione abbiate per la musica. Tuttavia non avete il timore di esaurire velocemente la vostra verve creativa?
Giovanni:
Grazie per il “prolifici”, in un contesto demografico cosi deprimente è una parola che fa sempre star bene. A parte l’ironia, credo di si, il pericolo esiste. ...then... stesso ne è una testimonianza, è un disco estremamente egoista e auto referenziale, sintetico e poco discorsivo. Per questo ultimo Ep abbiamo lavorato in maniera molto diversa. Abbiamo studiato la parte elettronica insieme dando più peso alla pasta finale del suono piuttosto che ai singoli arrangiamenti che, come appare evidente, sono estremamente minimali rispetto ai lavori precedenti.
Daiana:
Il problema reale non è davvero il numero di cose che fai e in quanto tempo, piuttosto la quantità di persone con le quali lavori. Quando le tue idee le discuti in due le possibilità diventano più limitate.
Speriamo che il prossimo lavoro sia davvero una svolta da questo punto di vista.
Le distanze comunque giocano davvero un ruolo negativo nella nostra situazione; per registrare ...then... nel 2006, mi licenziai dal lavoro. E tutt’ora, pur lavorando con dei turni che mi lasciano 2 giorni alla settimana liberi, è complicato andare fino allo studio e concentrarsi sulla musica, a 40 km da casa, per poche ore.
Siete da sempre legati alla netlabel ...aquietbump, un'etichetta che ha fatto del copyleft il proprio credo. Questa politica di diffusione comincia ad essere adottata anche da altri artisti emergenti e, appare chiaro ormai, che il mondo della musica sta cambiando. E' la fine di un'epoca?
Giovanni:
Un’epoca è gia finita nel 2004 o giù di lì; io ho uno studio di post produzione e spesso ho a che fare con ragazzi che si prefiggono di creare un progetto “per far soldi”. Rimango allibito da queste congetture , non perché mirino a lucrare con la musica, ma per quanto siano anacronistiche.
Spesso mi trovo ad analizzare delle uscite discografiche su portali o su magazines e mi rendo conto davvero che l’industria della musica non solo è morta, ma è stata sostituita da una mafia della comunicazione che lottizza i canali di informazione con logiche completamente distanti da un qualsiasi punto di vista artistico (come testimoniano qualità e contenuti della totalità della produzione italiana). Prodotti pop di serie D che vengono spacciati come avanguardie culturali, supportati senza vergogna da portali e magazines alternativi, semplicemente perché arrivati tramite l’ufficio stampa giusto.
La cultura degli italiani passa da queste cose… passatevi una mano per la coscienza.
Parliamo della situazione musicale: oggi sono rarissimi i prodotti di qualità che il mercato riesce a proporre. Siete d'accordo?
Giovanni:
Eh si. Purtroppo è così. Meno male che ci sono Mike Patton, Steve Albini, e gli Eagles of Death Metal. Ovviamente la scarsità di proposte non è da imputarsi a una degenerazione culturale del genere umano (o almeno non prevalentemente), ma soprattutto all’assenza di un mercato capace di assorbire linguaggi diversi e fare proliferare focolai di innovazione come, per esempio, avvenne per il post-punk all’inizio degli anni 80, o all’hip-hop, alla techno tedesca. Linguaggi estremamente ostici che però trovavano territorio fertile per diffondere la loro innovativa ricodificazione della cultura.
La malattia della banalità a tutti i costi sembra aver contagiato anche le etichette indipendenti: un tempo le indie label erano capaci di incalzare le majors proprio sulla qualità, soprattutto negli anni '90. Oggi la formula indie-label-qualità sembra essere esaurita...
Giovanni:
Non se guardi la Ipecac (tanto per ripetersi), o in Italia la Supernatural Cat . Sicuramente non abbiamo il flusso gigantesco degli anni 60 70 80 90 (ommiodio i decenni ci guardano!).
Sicuramente le indie (italiane) sembrano essersi specializzate su una abile e squallida manipolazione della comunicazione, tralasciando di fatto la musica. Il rock italiano per me non ha mai brillato, per una lunga serie di motivi prevalentemente culturali e tecnici, ma ora siamo davvero alla frutta.
Ci sono nomi altisonanti dell’indie che tutto quello che toccano, lo trasformano in bomba mediatica, non oro, ripeto: bomba mediatica. Ma come è evidente a chi ha un minimo cognizione, i contenuti hanno smesso anche di grattare il fondo. Eppure non mi sembra che viviamo in una società felice dove ci si può rilassare e appendere la coscienza critica a un chiodo.
Quali sono le realtà più stimolanti in questo periodo?
Giovanni:
Guarda, io non sono un ascoltatore attento di novità e questo purtroppo è un mio difetto; sarà anche l’età e il rigurgito nei confronti di come poi le cose ti vengono proposte, però ho il mio spacciatore
di musica privato, che ringrazio pubblicamente: Raffaele Amelio, promulgatore tra l’altro di molte delle tematiche che approfondiamo nei nosti lavori. Mi muovo prevalentemente su un ascolto sludge e post hardcore. Ultimamente gli ho “sciacallato” un album dei Craw (di 12 anni fa) e un paio di Ep dei 5ive più recenti, veramente da paura. Anche se poi vorrei porre in evidenza il fatto che possiedo un ipod da 8 gb ereditato da mio fratello che è passato ad altri strumenti, sul quale 6 giga su otto sono occupati dalle opere narrative di Gianfranco Marziano.
Un’anticipazione sul prossimo disco.
Giovanni:
Ci sono molti progetti in cantiere. E mi farebbe piacere fare confluire alcuni di questi progetti sotto la prossima uscita di Black Era. Per esempio, per un lavoro che ho fatto allo studio per l’etichetta Rupa Rupa, ho conosciuto bene i produttori di Erbapipa con il quale abbiamo esternato la volontà di tirare fuori un progetto dubristol purosangue. Poi c’è l’intenzione di realizzare una uscita audiovideo per ...aquietbump con due straordinari videomakers che si fanno chiamare Kyklops, con i quali stiamo organizzando anche il live di Black Era. Ecco, il massimo sarebbe fare confluire almeno questi due progetti sotto il nome Black Era. Per il momento ci sono un paio di beat sui quali Antonio Staropoli ha gia registrato qualche bella tamà. Come al solito ho già il titolo prima che il disco sia cominciato, ma non te lo dico...
Grazie per la chiacchierata, è davvero bello quando devi sforzarti di rispondere a delle domande piuttosto che forzare le risposte, perché le domande non ti chiedono nulla di quello che volevi dire.