10.04.2009 - Maria Carmela Paiano A volte in punto di morte si capisce molto più che in vita. Un momento, un piccolo episodio accantonato, quasi dimenticato, ma che segna e che ritorna quando tutto diventa più piccolo e nello stesso tempo infinito.
Paolo Pollio è un artista vero, senza fronzoli, che con la sua lievità è riuscito a commuovere un’intera platea per quattro sere al Piccolo Teatro Campo D’Arte, con una piccola ma valente opera di Giuseppe Manfridi, Il Fazzoletto di Dostoevskij. È vero, il teatro è piccolo, non eravamo un pubblico numeroso, ma eravamo un pubblico conquistato.
Una platea segnata dalle parole e dai gesti di Pollio, che è riuscito a rendere dei burattini i veri protagonisti e pochi arredi un mondo intero.
Insieme a noi spettatori erano presenti nello spirito un grande scrittore, Dostoeveskij, e due donne, una molto fragile e l’altra forte e intensa: due mogli, una dello scrittore, l'altra del giovane Pavel.
Protagonista assoluto dello spettacolo un fazzoletto, o meglio una sciarpa, che poi è l’unico rapporto fra Pavel Petrovic e Dostoeveskij. È questa sciarpa di Pavel che lo scrittore stringe tra le mani mentre muore. E tutto per un equivoco…..
E quell’equivoco lo porterà a questa confessione, a questa apertura di anima dove il protagonista si mette nelle mani del pubblico e chiede l’assoluzione. Oggi si direbbe outing.
Io, alla fine, l’assoluzione l’ho data, anche perché il povero stenografo già si è punito abbastanza durante lo spettacolo.
I compliementi vanno anche ad Anastasia Costantini per la convincente regia: ha saputo adattare meravigliosamente il monologo a quel grazioso salotto che è il palco del Piccolo Teatro Campo d’Arte, rendendo perfetto l’uno all’altra.
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