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Il buio, il fuoco, il desiderio


14.04.2009 - Dario Parascandolo

La musica è morta. O meglio: è un organismo in agonia, quindi destinato a morire. A recitare il De Profundis della più sublime, invisibile, misteriosa delle arti è Gino Castaldo, vero guru del giornalismo musicale contemporaneo e critico de La Repubblica. Il buio, il fuoco, il desiderio è un saggio appassionato, tinto di poesia, vibrante come tutto il secolo scorso, che ha ha ospitato i momenti di massimo splendore e diffusione della musica popolare, «della sua fertile e affascinante ambiguità tra arte e merce». Oggi è rimasta l'egemonia mercantile, con pallidi riverberi dell'arte. Da quest'assunto parte il viaggio di Castaldo, perennemente in bilico fra analisi storica e passione incondizionata. Con piccole punte di nostalgia, quella giustificata e agrodolce nostalgia di chi ha vissuto le straordinarie rivoluzioni sonore avvenute negli anni fra il 1965 e il 1969, di chi ha avuto la fortuna di essere coetaneo di Bob Dylan, di chi ha assistito alla prima mondovisione dei Beatles.
La musica è morta. Eppure, controbatterebbero in molti, troppo spesso hanno decretato la morte della musica e lei è sempre risuscitata vitale, nuova, ricca di movimenti, fermenti e vibrazioni. All'apparenza la musica non è mai stata così viva: è ovunque, scaricabile gratis, invisibile addirittura nei supporti. E proprio il miracolo della riproducibilità perfetta della musica sta schiudendo ora l'inarrestabile rete di inganni che per troppo tempo sono rimasti nascosti. Un'arte che da sempre è esistita grazie all'esecuzione dal vivo, dal XX secolo l'ascoltatore ha conosciuto la fruizione casalinga. I vari formati, dal 78 giri al long playing, hanno sempre più modellato le forme musicali, standardizzando la durata della canzone intorno ai tre, quattro minuti. E il disco, materialmente e fisicamente inteso, ha dato vita all'industria discografica, che, come ha sottolineato l'autore stesso nel corso dell'incontro tenutosi a Roma presso la Biblioteca Villa Leopardi, fino alla fine degli anni Sessanta ha “documentato” i nuovi movimenti e i fermenti, lasciando il controllo assoluto della creatività nelle mani degli artisti. Ma ormai a dettare legge sono proprio gli stipendiati delle case discografiche, le cosiddette “major”, che impongono all'artista un modello creativo facile, riconoscibile, che guarda al passato per essere facilmente consumato dalle masse.
E oggi? Nessuno ha più il coraggio di assassinare la musica per restituirla più forte di prima. Movimenti epocali come il progressive, il punk e il grunge, ultimo vero singulto vitale, sembrano ormai troppo lontani nel tempo e nulla di nuovo si profila all'orizzonte. Forse non ci resta altro che immaginare, con le parole di Bob Dylan, che «il bello deve ancora arrivare».

 

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