La poesia è il registro di come le forze dell’Universo cercano di ristabilire un equilibrio turbato dall’errore umano.
Con questi versi, il poeta inglese Ted Hughes (1930-1998) descrive la vita di ogni giorno come un terreno aspro, attraversato dalla violenza e in costante disequilibrio tra conflitto, distruzione e l'innata tensione dell’uomo a trovare una strada che possa salvarlo dai propri errori.
La parola si carica di una forte valenza simbolica, trasformandosi in un grido straziante, che sappia rappresentare la condizione di dolore, che l’uomo si trova affrontare nel corso della propria esistenza.
Guerre, carestie, terremoti.
Processi di distruzione in parte provocati, ma in alcune circostanze totalmente subiti.
Processi caratterizzati da una spaventosa atemporalità, che spinge inevitabilmente a riflettere sulla cronaca del momento, sulla tragedia del terremoto che, circa un mese fa, ha colpito L’Aquila e le zone circostanti. Il terremoto è un evento incontrollabile e devastante, che lascia dietro di sé una solitudine incolmabile, esattamente come lo scoppio di una grande guerra.
Per questo penso sia doveroso affidare alle parole di tre grandi poeti della nostra letteratura il compito di raccontare, attraverso esperienze e momenti storici diversi, una ferita sempre aperta e senza tempo. Con rispetto. E immagini che prendono vita dal silenzio.
GIUSEPPE UNGARETTI
San Martino del carso
da L’Allegria (1916)
Di queste case
Non è rimasto
che qualche muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
è il mio cuore
Il paese più straziato
SALVATORE QUASIMODO
Al padre
da La terra impareggiabile (1955-1958)
Dove sull’acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da due giorni, è dicembre d’uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele dissecate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.
Fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi tra i rottami e giustiziati al buio
della fucileria degli sbarchi, un conto
di numerosi bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.
UMBERTO SABA
Messina
Da “Il Piccolo” di Trieste 12 gennaio 1909
Io non la vidi mai, che d’essa noto
n’era il nome e non più. Nel mio pensiero,
quanto vedevo immaginando il vero,
è quello che distrusse il terremoto.
Vedea uno stretto da varcarsi a nuoto;
di cupe frondi un dondolio leggero;
col porto di vocianti uomini nero,
sotto un meriggio eternamente immoto,
biancheggiar la città, vasta aranciera.
Ora veggo macerie, onde la fiamma
esce, o un lungo sottil braccio di cera.
Vagano cani ritornati fiere:
mentre al bimbo che piange e chiede mamma
canta la ninna-nanna un bersagliere…