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Arte e Ricostruzione


08.05.2009 - Marco Boccia

Scovando curiosità sul legame tra terremoto e arte ci siamo imbattuti in una curiosa opera di ricostruzione avvenuta in Italia, precisamente in Sicilia. Dopo l'overdose mediatica sulla storia del terremoto all’italiana, tutti sanno che nella notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968 un violento terremoto colpì una vasta area della Sicilia occidentale. Dato che la maggior parte dei comuni colpiti più duramente faceva parte del comprensorio, comunemente definito Valle del Belice, l’evento sismico è ancora oggi ricordato come il terremoto del Belice.

Oggi, la Valle del Belice si è lentamente risollevata dopo decenni di interminabili lavori.
Gli antichi paesi della valle sono stati in gran parte ricostruiti in luoghi distanti da quelli originari interessati dal terremoto: abitazioni, infrastrutture urbanistiche e stradali hanno riportato condizioni di vivibilità, ma hanno anche profondamente modificato il volto di quella parte della Sicilia, rendendola ai suoi stessi abitanti quasi irriconoscibile. Il dato più rilevante e sconcertante riguarda una ricostruzione in particolare. Una ricostruzione che si è protratta fino a pochi anni or sono, scivolando in un paradosso raccapricciante. La città di cui parliamo è la Nuova Gibellina.
Gibellina, interamente distrutta dal terremoto fu completamente ricostruita a circa venti chilometri di distanza dalla sua ubicazione originaria. La ricostruzione fu affidata a grandi architetti e artisti che pensarono la nuova Gibellina come un museo a cielo aperto, trasformando la cittadina nel museo di se stessa. La città degli architetti e degli artisti, la capitale dell'architettura italiana degli anni Ottanta, che raccoglie opere sontuose e moderne di alcuni grandi esponenti dell’arte non solo architettonica del secolo scorso, come Quaroni, Consagra, Purini, Pomodoro, Mendini, Salvatore, Franchina, Colla, Spagnuolo, Melotti, Cascella. La città della magniloquenza e della fantasia, con tutte le macerie pressate e ricoperte dal cemento e trasformate in scultura (il famoso Cretto di Burri), oggi si presenta con opere in ferro arrugginite, opere in muratura crollate, ma soprattutto si presenta come una città fantasma, vuota, dove è più facile trovare delle pecore brucare tra le opere d’arte che, turisti intenti a scattare fotografie.

La popolazione che oggi abita la cittadina è di 4.433 abitanti e le grandi opere, pensate per fare della città un museo di arte contemporanea che avrebbe dovuto portare turismo e ripresa economica, sono abbandonate ai colpi del tempo che, inesorabile, passa e rende decadente il paesaggio. Pare che i pochi abitanti mal si siano adattati a tanta arte e che ancora stiano cercando quell’identità che il terremoto e una ricostruzione sfarzosa, ma insensata, gli ha rubato, privandoli delle loro radici culturali e architettoniche, abbandonati in una città per loro irriconoscibile, una città irreale. Per ricostruire è necessario essere solerti e lungimiranti, concreti e consapevoli che le città sono degli uomini e dagli uomini debbono essere abitate, non possono trasformarsi in luoghi di autocelebrazione o di sperimentazione.

Non ci si può nascondere dietro opere così dette d’arte per rubare a mani basse.
Speriamo che l’Abruzzo non sia violato dall’uomo come ha fatto la natura.

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