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Il Racconto del Vajont


08.05.2009 - Valentina Iuffrida

«Su alcuni giornali questo di stasera è indicato come un documentario,in altri giornali come un film drammatico, e invece siamo in un teatro […] per una sera rubiamo la scena all’attualità e facciamo una diretta sulla memoria».
 

Nel 1997 in occasione del 34mo anniversario della tragedia del Vajont, Marco Paolini, attore e drammaturgo bellunese, porta in scena il racconto di un fatto storico, di una vicenda catalogata come disastro industriale, causato dalla superficialità, dall’avidità e dall’errore umano.
Vajont è il nome del torrente che scorre nella valle dei paesi di Erto e Casso, per confluire nel Piave, davanti ai paesi di Longarone e Castellavazzo, in provincia di Belluno. Il 9 Ottobre del 1963 alle ore 22,39, in 4 minuti questi paesi vengono spazzati via da un muro di acqua di 250 metri, formatosi in seguito alla frana del monte Toc, nel lago artificiale di una diga costruita tra il 1956 ed il 1960. I lavori iniziarono tra mille polemiche, per opera della SADE di proprietà del conte Volpi, ideatore tra le altre cose del Festival del Cinema di Venezia (ricordato ancora oggi con l’assegnazione della Coppa Volpi). Numerose furono le avvisaglie del disastro incombente, e le attestazioni dell’infattibilità di una costruzione imponente, come una diga alta più di 200 metri tra il monte Salta ed appunto il Toc, considerato geologicamente non idoneo per la costruzione di un bacino artificiale.

1917 furono le vittime. La diga è in piedi ancora oggi.

In un crescendo di tensione narrativa, Paolini, puntuale e intenso, ricostruisce la vicenda proprio in diretta dalla diga del Vajont, in uno spettacolo, scritto a quattro mani con Gabriele Vacis, che attraverso la memoria personale di chi, come Paolini, ricorda il giorno in cui la tragedia travolse il suo quotidiano e la sua terra, racconta la memoria collettiva di un orrore annunciato. Documenti fotografici e video, sarcasmo e amarezza, Paolini usa tutti mezzi che ha a disposizione: da solo sul palco, con una lavagna per segnare i fatti salienti e scolpirli nella memoria, e con la diga alle sue spalle a testimonianza di quella rabbia espressa con una mimica schietta e semplice. I fatti, le date vengono mescolati ad aneddoti, alla rappresentazione di quei luoghi, quelle persone, che diventano reali ai nostri occhi. Non sono più numeri, non sono più notizia di cronaca che leggiamo sui giornali, ma rivivono nelle espressioni dialettali e scherzose, nel disegno di quello che era prima che venisse spazzato via. E poi l’uso sapiente del silenzio e delle pause, che fa di questo spettacolo una toccante prova d’attore, una vivida testimonianza e un feroce atto d’accusa, che ottiene nel 1995 il Premio Speciale Ubu per il Teatro Politico, nel 1996 il Premio Idi per la migliore novità italiana, e nel 1997 l'Oscar della Televisione come miglior programma dell'anno, per la trasmissione televisiva su Rai Due dello spettacolo.

«Questo è un teatro, siamo in scena» - ripete Paolini.

Si fa spettacolo perché resti memoria, si ride con la risata storta di Pirandello:

«Dunque stanno costruendo una diga tra il monte Salta e il monte Toc che in veneto significa “pezzo” e in friulano significa “marcio”- «sopra un torrente che si chiama Vajont che in ladino significa "va giù" ».

Per un attimo ci si dimentica quasi che tutto quello che noi vediamo attraverso le parole di Paolini, non esiste più.

 

 

Per un approfondimento vi rimandiamo all'articolo
Vajont
di Valeria Roccella

http://www.ilmachete.it/pagina.php?page=articolo&id=259

 


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