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Jerichow


28.08.2008 - Marco Boccia

Quante volte vi è capitato di vedere un film e pensare che forse sarebbe stato meglio andare a bere una birra con gli amici, o che so, dare un bacio in più alla vostra donna? Bè questo è uno di quei casi. Jerichow di Christian Petzold ha un'unica grande pecca, sa di già visto e non la solita minestra riscaldata, ma proprio un film già visto, già fatto. Certamente ricorderete il postino suona sempre due volte, tratto dall’omonimo romanzo di James Cain? Bene. Prendete quel film trasponetelo nella Germania del 2008, aggiungete una piccola incursione nel difficile e angustiante mondo del lavoro interinale, tramutate il padrone emigrante da greco a turco e il gioco è fatto. Eppure le prime scene sembrerebbero il preludio a una buona dose di cinema, però, ahimè, è solo la suggestione del Festival che trae in inganno, e dopo poco bisogna arrendersi alla dura realtà. Mai cedere alle illusioni perchè svanite, resta solo l’amaro del reale. A questo punto senza salvagente diviene difficile nuotare in un mare, sfacciatamente ostile. Speri che qualcosa o qualcuno ti tragga in salvo, ma non arriva nessuno. Solo, ti ritrovi ad annegare sopraffatto dalla noia, il che a una certa ora, può avere un effetto scortesemente rilassante. Certamente, Petzold semina qua e là qualche intuizione registica degna di nota, ad esempio la scena in cui Thomas giace disteso al suolo, in campo le sue gambe, una scala poggiata a un albero e sullo sfondo un treno che lentamente si allontana. La colonna sonora è funzionale al racconto anche se spesso anticipa le immagini. La fotografia è ben fatta e questo aiuta non poco l’intera pellicola. Manca un’attenta caratterizzazione dei personaggi, dato che l’autore non pone sufficientemente l’accento sui rapporti che si creano tra i tre protagonisti, ognuno ostaggio del proprio egoismo, ognuno allo stesso tempo vittima e carnefice, tutti e tre in equilibrio instabile sopra la vita.

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