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Vincere


29.05.2009 - Valentina Iuffrida

Nel film Vincere di Marco Bellocchio, Giovanna Mezzogiorno è Ida Dalser, cittadina austriaca di Trento che si innamora perdutamente del giovane Mussolini. Vende tutti i suoi beni per aiutarlo nella carriera giornalistica, lo segue e lo cerca con sguardo implorante attenzione, insopportabilmente adorante fino al punto di chinarsi per allacciargli le scarpe. Filippo Timi tratteggia un Mussolini impetuoso e ambizioso, che nel suo cammino verso la dittatura vede solo se stesso: pensa ad altro anche mentre è con lei, progetta altro, guarda oltre. La passione è travolgente però, e Bellocchio la racconta nei minimi dettagli, soffermandosi sulla natura carnale di un rapporto che per lei diventa totalizzante. Inizialmente ci mostra quel momento in cui sono soltanto un uomo e una donna che vivono una storia intensa, spogliati della loro dimensione pubblica e storica. Poi, Mussolini sarà, durante il resto della pellicola, rappresentato solo da se stesso, nelle immagini dell’epoca, nelle effigi, nei mezzi busti che circondano lo scenario.

È strano notare come non sia il regista a prendersi gioco del Duce, ma come sia il Duce stesso nelle sequenze in bianco e nero a palesare la cialtroneria di un leader politico e di un paese intero che lo ha acclamato per 20 anni. E’ la storia che si prende gioco di Mussolini.

Ida è una donna che fa arrabbiare, non per la sua cecità nei confronti dell’individuo Mussolini o del dittatore Mussolini, quanto per la sua ostinata forza nel credere ancora in quell’uomo. Allo psichiatra che le consiglia di fingere, perché di fronte al Fascismo «è il tempo di essere attori», che le consiglia di comportarsi da donna remissiva come vuole il regime per avere la possibilità di avere un futuro anche con un altro uomo, lei risponde: «o lui o nessun’altro». Lui intanto è diventato Primo Ministro, e questa donna viene sepolta viva in manicomio. Tanti i complici: gerarchi fascisti, vicini di casa, prefetti, medici, e su tutti, la complice più grande «la sola madre che i fascisti ancora temono», la Chiesa. Suore e Cardinali che assieme alle camice nere dell’ex anticlericale Benito Mussolini, inneggiano al Duce dei Patti Lateranensi nel ‘29. Non è il primo film in cui Bellocchio affronta di petto la Chiesa Cattolica (L’Ora di Religione), ma qui la responsabilità è anche politica. Come in Buongiorno Notte, in cui nel finale scorrono le immagini del funerale di Moro a cui parteciparono tutti i politici dell’epoca, in un documento in bianco e nero che parla da solo, così una foto di Mussolini con i suoi gerarchi, accanto al Papa con i suoi Cardinali, sembra quasi un atto d’accusa.

L’aderenza ai fatti è quasi relativa, perché si tratta di una vicenda privata non accertata, e perchè inserita in un tessuto narrativo onirico, a metà tra il sogno e l’incubo. Una pellicola dai toni cupi e freddi, giocata sull’alternanza tra la luce e l’ombra, che diventa a tratti claustrofobica, quando "inquadrature spezzate" raccontano una donna consumata dall’amore per uomo, poi dall’ossessione, dall’impotenza, e da una sola domanda: chi si ricorderà di me?

 

CONSIDERAZIONI SUL FESTIVAL DEL CINEMA DI CANNES:

http://www.ilmachete.it/pagina-articolo-271-0.html

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