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Giornate degli Autori: Machan


28.08.2008 - Valeria Roccella

Una pellicola che si potrebbe definire tragicomica, che tratta temi pesanti come la povertà e il degrado in maniera quasi surreale e ipoteticamente impossibile facendo ridere anche in momenti estremi… peccato però sia un avvenimento realmente accaduto! Camera descrittiva, che lascia la narrazione ai personaggi, senza farsi troppo notare e senza grandi salti temporali. Forte contrasto tra i colori sgargianti e un triste quotidiano, evidente già dai titoli di testa, musica dai toni allegri che rievoca atmosfere indiane. Il film, opera prima di Uberto Pasolini, gioca più che bene le sue carte sul piano dell’intrattenimento portando il pubblico a riflettere divertendosi. Durante delle riprese in Australia Uberto aveva saputo questa bizzarra storia da un flash di agenzia e, sentendo subito che una storia del genere gli avrebbe dato la possibilità di “avere a che fare con persone vere che vivono nel mondo reale, cosa rarissima nell’industria cinematografica”, si è concentrato sul progetto del film che lo avrebbe impegnato per i successivi tre anni. Il suo scopo è saper ridere della propria vita e di tutto quello che può dolorosamente capitare riuscendo anche a trovare la forza di superare ogni difficoltà, ognuno a suo modo. Machan è inteso come fratello, amico fidato, e proprio come amici i personaggi si aiutano l’un l’altro ad andare avanti, a non mollare e a credere sempre di potercela fare. Quelle che vediamo sullo schermo sono persone vere in una realtà così degradante che non riconosciamo nostra (forse ancora per poco), tale da sembrare un’esilarante barzelletta da raccontare a tavola, in un ristorante di lusso, per pavoneggiarsi con gli amici del golf. O forse, proprio per il fatto di conoscere, o aver provato almeno in parte quella realtà, ne ridiamo esorcizzandola per trovare la forza di andare comunque avanti.

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