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Incontri alla Fine del Mondo - Conversazioni tra Cinema e Vita


13.10.2009 - Giulia Dalla Negra

Andate fuori, nel mondo vero, andate a lavorare come buttafuori in un sex club, come guardiani in un ospedale psichiatrico o in un mattatoio. Camminate a piedi, apprendete le lingue, imparate un mestiere o un’occupazione che non ha nulla a che fare con il cinema. Il cinema deve avere alla base un’esperienza di vita. Moltissimo di ciò che compare nei miei film non è mera invenzione; è la vita stessa, la mia vita.

 

Ed è esattamente come possibilità e tentativo di esplorare il mondo artistico-individuale di Werner Herzog che nasce la raccolta: Incontri alla fine del mondo. Conversazioni tra cinema e vita, curata da Paul Cronin e da Francesco Cattaneo (per l’edizione italiana), e pubblicata da Minimum Fax nel 2009. Il libro si pone infatti il preciso intento di lasciare da parte le descrizioni iperboliche che hanno sempre circondato la figura dell’autore, rappresentazioni probabilmente legate al carattere mitico assunto nel tempo dalla sua produzione filmica. Cronin riparte da zero, o per meglio dire riparte da Herzog, lasciando alle spalle il lavoro di critica già esistente e scegliendo di tracciare un nuovo profilo del regista, attraverso l’analisi dei suoi quarantacinque film, a partire da Anche i nani hanno cominciato da piccoli per arrivare a documentari come Grizzly Man.
Tra le righe di una lunga intervista, prende forma la storia di un personaggio complesso, in costante disequilibrio tra riflessione filosofica e desiderio di trasporre il pensiero in azione e l’azione in sequenza di immagini. Herzog non può essere definito soltanto come regista, è antropologo, visionario, poeta e osservatore silenzioso, in perenne contatto con l’arte, ma categoricamente distante dal concetto di “artista”, che definisce appartenente “a secoli passati, in cui c’erano cose come la virtù, i duelli con le pistole all’alba tra uomini innamorati e le fanciulle che svenivano sui divani.” Incontri alla fine del mondo supera la definizione di libro-intervista e assume la connotazione del saggio, offrendo al lettore la possibilità di compiere un viaggio tra schermo, intelletto e realtà.
Molteplici i temi affrontati: da un’analisi prettamente tecnica, a piccole curiosità sui costumi e gli oggetti di scena, fino a un breve excursus sul film-documentario visto da una prospettiva del tutto nuova.
Da non sottovalutare inoltre la vena di sottile umorismo che accompagna l’opera, pagina dopo pagina; un esempio su tutti, la risposta di Herzog, alla questione: “Prima di cominciare, c’è qualche intuizione filosofica che vorresti offrire ai lettori in modo tale che possano dormire più tranquilli la notte?” “(…) Rispondo alla domanda citando il magnate degli hotel Conrad Hilton (…) – Ogni volta che vi fate una doccia, assicuratevi che la tenda sia all’interno della vasca – Non dimenticate mai e poi mai la tenda della doccia.”
Herzog allude, strizza l’occhio a chi lo ascolta e lo spinge continuamente a interrogarsi su di sé, senza fornirgli facili soluzioni preordinate. L’intervista all’autore, pur avendo un preciso assetto biografico (prende le mosse da Monaco, la sua città natale), abbraccia una dimensione estesa nello spazio e nel tempo, riflettendo l’intensità del passato, nella compattezza del presente.
Non è essenziale conoscere l’opera del regista per avvicinarsi a questo testo. Ciò che davvero importante, invece, è aver voglia di oltrepassare i propri orizzonti di valutazione. Chi legge è chiamato a mettersi in ascolto, “ad aprire – citando Francesco Cattaneo – le orecchie (…) per riuscire ad accogliere, a ospitare il diverso.”
E’ nel momento in cui si chiude il libro che inizia la storia. Quella vera.
 

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