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Dawson Isla 10


15.10.2009 - Andrea Pirrello

Dal racconto di chi ha vissuto qui momenti ( l’ex ministro Sergio Bitar, il prigioniero numero 10 del titolo) Littin si discosta molto poco. Nella sua pellicola riesce a restituire l’amarezza e la crudezza delle parole del prigioniero. Lo stile del regista e le scelte fotografiche ne fanno una testimonianza visiva, quasi un documento storico, più che un film di finzione. La macchina a mano sempre molto vicina ai personaggi, quasi a respirare con i protagonisti tanto da entrare nello sguardo di uno di loro che, impazzito per una punizione passata in isolamento, comincia a vedere tutto sottosopra. La fotografia fortemente contrastata e dura, quasi feroce, evocando una qualità di trent’anni fa, dona al racconto la concretezza del documento cinematografico. Questo infondo è il romanzo da cui è tratto, una testimonianza diretta, e il film sembra voler essere anch’esso testimonianza diretta di quel doloroso momento della storia del Cile.

Un operazione già vista forse nel modo in cui viene portata la Storia sul grande schermo, come Salvador, 26 anni contro del 2006 di Manuel Huerga, ma che ci porta di fronte a fatti a lungo dimenticati e raccontati con forte trasporto. Ogni personaggio è un universo a se, ma vivono tutti uniti dallo stesso sentimento “dobbiamo uscire vivi da questa isola” continuano a ripetersi tra loro. Vi è una continua tensione tra la gelida isola con le sue regole, i rapporti con i carcerieri, e il mondo fuori che arriva attraverso una rudimentale radio che i prigionieri hanno costruito. Segnali d speranza, lettere, messaggi, arrivano all’isola per ricordare che oltremare stanno lottando per loro. La volontà di sopravvivere a tutti i costi lega i prigionieri in uno sforzo per rimanere vivi con la propria mente, col proprio spirito, cercando rifugio e speranza nelle proprie passioni. Arrivano anche a organizzare dei seminari condotti da loro stessi, ognuno nel suo campo professionale, per tutti i prigionieri e gli ufficiali dell’accampamento. Rifugiarsi nella propria mente e nella solidarietà coi compagni di prigionia, per sopravvivere e coltivare la speranza.

Un film profondamente sentito dall’autore. Un opera priva di retorica che ha il pregio di restituire una voce alla Storia.

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