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Hachiko, A Dog's Story


16.10.2009 - Marco Boccia

Recita una vecchia massima che il cane è il miglior amico dell’uomo. Bene, per chi non fosse convinto che ciò sia vero, lo invitiamo ad andare a vedere l’ultimo film di Lasse Hallstrom, Hachiko, A Dog’s Story. Il film in questione, presentato per la seconda giornata del Festival Internazionale del Film di Roma, è un racconto dolce sulla spassionata capacità dei cani di donarsi al proprio padrone, a colui che sappia offrirgli il proprio amore.

Di questo si tratta, di una storia di amore, incorruttibile, che non prevede tradimenti. Una metafora sulla famiglia e sulla sua sacralità, sui sentimenti, sulla dedizione. Vero è che a tratti la pellicola diventa melensa e carezzevole fuori da ogni misura, instillando in chi guarda e non è donna, un certo inarrestabile senso di inadeguatezza, creando una sproporzione del tutto a favore del cane che, con i suoi occhioni penetranti e indifesi, fa breccia anche nei cuori più rudi. Sapendo però, che il film tratta di una storia vera che, nella prima metà del ‘900 commosse tutto il Giappone, si riesce a mettere da parte l’odio preconcetto nei confronti di un cinema dai sentimenti troppo facili, e si riesce meglio ad apprezzare un lavoro che diviene un’ottima favola per bambini e un buono spunto di riflessione per gli adulti.

Certamente, la capacità del film di giocare su una svariata gamma di emozioni, suscitando in chi guarda un coinvolgimento che a stento fa trattenere le lacrime, può aprire un dibattito sulla capacità di certo cinema di creare ad arte situazioni strazianti solo per vendere meglio il prodotto, facendo leva su quel buonismo insito nell’essere umano.

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