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Qingnian


20.10.2009 - Marco Boccia

A volte la possibilità che il cinema dà di poter raccontare qualsiasi tipo di storia, diviene un handicap insormontabile per la settima arte. Questo perché è vero che tutte le storie possono e devono essere raccontate ma è pur vero che non tutti riescono a farlo. Se poi il filtro per raccontare una storia deve essere il cinema, è necessario che chi vi si avvicina, almeno sappia a cosa va incontro.

Questa mancanza di coscienza è ciò che tradisce Jun Geng che non riesce mai, e dico mai, per ben 106 minuti a beccare la soluzione giusta per far si che la periferia cinese che racconta, non diventi ridicola e a tratti farsesca, costruendo una storia ridondante, e fallace sotto tutti i punti di vista, a cui lo spettatore non crede mai, restandone annoiato. Vero è che il cinema è finzione, ma ciò non vuol dire che debba essere artificioso.

Qingnian ( Youth, il titolo internazionale) ha come unico pregio di portare lo spettatore in un mondo che non conosce, che spesso non è raccontato, una realtà che è molto distante dalla nostra, di cui facciamo fatica a comprenderne le caratteristiche. Il film racconta la periferia più periferica della Cina, dove le case sono baracche, e dove l’unico elemento discriminante sono i soldi, e la povertà non è un caso ma la regola. Insomma un film mediocre che risente, oltre che dei pochi mezzi economici, anche di una mancanza di capacità imbarazzante.

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