Lo scorso 26 Ottobre all’interno dell’Opificio Telecom Italia si è svolto un incontro, promosso da RomaEuropa Festival, con Uwe Reissig (scrittore, sceneggiatore e drammaturgo di Pina Baush), Raimund Hoghe (Direttore Goethe-Institut Rom) e Leonetta Bentivoglio (scrittrice e giornalista) per rendere omaggio a Philippine Baush, coreografa tedesca e fondatrice del gruppo Tanztheater Wuppertal e rappresentante mondiale del teatrodanza, scomparsa lo scorso Giugno 2009 a Wuppertal.
Omaggiare Pina Baush attraverso le parole non è semplice: parlava poco e traduceva tutto in gesto. Ogni emozione, ogni verità interiore trovava spazio nel movimento del corpo e nella sua presenza sul palcoscenico. Non amava le definizioni, né le spiegazioni. Così Reissing, Hodge, Bentivoglio e il regista Lee Yanor scelgono di raccontarla nel quotidiano, attraverso aneddoti, incontri, scambi e danza.
Uwe Raissing, ne ricorda gli intenti coreografici e di danzatrice al di là dell’estetica e della forma classica, a favore di una sincerità che muove il danzatore/attore e che lo spinge a danzare.
Basta pensare ai suoi attori/danzatori, non sempre in linea, in quanto a corporatura, con i canoni del balletto classico. Pina Baush lavorava con loro, non per la loro perfezione estetica o per la loro bravura nella tecnica, bensì per l’emozione che questi riuscivano a trasporre nel movimento e per la loro capacità espressiva.
Ugualmente Leonetta Bentivoglio ricorda che la sua danza in senso assoluto “rende partecipe l’interiorità” di chi la mette in atto, “l’individualità degli interpreti”. Ed in questo senso Pina Bausch lavorava con i suoi danzatori nella duplice accezione di persone/personaggi in un interscambio tra attore, danzatore e uomo. Trasformando le passioni interiori e le esperienze dell’uomo in movimento, la Baush non identificava nella danza un rapporto di causa ed effetto, bensì, ricorda Leonetta Bentivoglio, il rapporto tra il movimento e ciò che lo genera.
“Gli occhi per vedere, più che la ragione” così definisce Hoghe, il rapporto di Pina Baush con la danza. Ed in effetti Pina Baush si mostrava sempre restia a dare spiegazioni verbali riguardo ai suoi spettacoli o alla danza stessa. La semplicità e la sincerità di ciò che esprimeva attraverso il movimento era la sua forza contro chi non la comprendeva. Con emozione Hoghe ricorda che le sue parole quando le chiedevano cosa volesse dire o raccontare ciò che metteva in scena, ella rispondeva “se io fossi in grado di rispondere a parole, lo farei” ed invece danzava.
In questi ricordi, fatti di emozioni, di incontri, credo stia il vero nucleo del pensiero della Baush, nell’emozione del vissuto, nel racconto stesso, che può essere fatto di parole quanto di immagini.
Yanor nel video arte/documentario Coffee with Pina sa bene raccontare il suo rapporto con la musica e il gesto più che con la parola. Diciassette minuti di dialogo intimo tra Pina Bausch e la danza in rapporto con sé stessa, con gli attori e con la scena. Come il gioco di mani d’apertura che nel loro movimento esprimono il continuo contatto con l’anima.
Ed in un attimo la sala cala nel silenzio più sacro, le immagini e la musica raccontano meglio di molte parole e le note del solo di Caffè Muller, capolavoro di Pina Bausch, si traducono nella danza sincera di un dondolio di donna che culla il suo piccolo.