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Uno sguardo sul cinema di Kon Ichikawa


07.11.2009 - Andrea Pirrello

L’Istituto di Cultura Giapponese di Roma in questi giorni, dedica al regista scomparso poco più di un anno fa, Kon Ichikawa (1915-2008), una retrospettiva della sua opera, attraversando quasi tutto l’arco della sua carriera.
Appassionato di pittura sin da piccolo, ha una vera e propria rivelazione quando vede sul grande schermo per la prima volta le animazioni della Disney. Decide così di cercare lavoro nell’industria dei cartoni animati, e dopo una lunga gavetta esordisce con il medio mediometraggio Una ragazza al tempio di Dojo (Musume Dojoji). Ma il film non uscirà mai per problemi di censura, e verrà solo di recente scoperto in qualche magazzino e conservato nella Cinémathèque Française.
Nel 1947 dirige I fiori si schiudono (Hana Hiraku), che segnerà l’inizio della collaborazione con Natto Wada (pseudonimo di Yumiko Mogi), laureata in letteratura inglese, un vero talento nell’adattare romanzi per lo schermo, e che il regista sposerà nel 1948.

Tra il 1950 e il 1956 Ichikawa si dedicherà a una serie di commedie per cui lo paragoneranno a Frank Capra, e nel 1956 realizza L’arpa birmana (Biruma no tategoto), il film che lo rappresenterà per tutta la carriera. Tratto da una novella molto diffusa negli anni cinquanta, ricerca nella guerra il vero significato e la dignità della vita umana. Venne presentato alla Mostra del Cinema di Venezia in un periodo in cui l’occidente si apriva alla conoscenza del mercato cinematografico giapponese, con Kurosawa e Muzoguchi, e riscosse un insperato successo, ma non vinse il Leone d’oro.
Tra le pellicole più apprezzate nei festival europei sono da ricordare Conflagrazione (Enjo) del 1958, Fuochi nella pianura (Nobi) del 1959, che riprende il tema della guerra, e La chiave (Kagi) del 1961, che gli valse il Pardo d’oro al Festival di Locarno, tratto dallo stesso romanzo di Junichiro Tanizaki da cui Tinto Brass ha tratto l’omonimo film. Dal 1964 Ichikawa e Wada abbandonarono il cinema di soggetto, delusi da come l’industria e il linguaggio cinematografico stava cambiando, e si dedicarono al documentario.
Le Olimpiadi di Tokyo (Tokyo Orimpikku) del 1964 è l’ultima opera a cui lavorano insieme, e che aprirà con grande successo il nuovo percorso documentaristico dell’autore. Purtroppo non restano copie del documentario, considerato una delle opere più poetiche, perché le autorità olimpiche si arrogarono il diritto di rimontare e utilizzare a proprio piacimento il materiale girato.

Una lunghissima carriera che conta più di novanta pellicole realizzate (media ragionevole se si pensa ai ritmi dell’industria cinematografica giapponese di allora), che ha regalato al cinema opere di incredibile eleganza e straordinaria forza.
Un autore sensibile, un gran narratore, estremamente attuale, che vale la pena di riscoprire.

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