articolo

“Bye Blackbird”: Dillinger rivive in digitale


05.11.2009 - Andrea Pirrello

Michael Mann torna a raccontare una storia vera, tutta americana. Dopo L’ultimo dei Moicani è la volta di uno dei miti mediatici degli anni trenta, John Dillinger. Si tratta della diciottesima volta che la vita del rapinatore viene portata davanti la macchina da presa, ma in questa occasione davanti a una digitale. La scelta è legata a due aspetti: la tensione da parte del regista alla sperimentazione dei mezzi digitali, che sta caratterizzando la sua ultima produzione, e il fatto che i limiti tecnici propri del cinema digitale personalizzano tanto il look di ciò che si vede sullo schermo, da dare una sensazione di “presa diretta”. Raccontare gli anni '30 come se fossero adesso. Una volontà legata profondamente al personaggio e a quello che di lui Mann vuole raccontare.

Un uomo in corsa, lanciato sulla sua strada, padrone di se stesso e che viveva l’adesso.
Niente poteva fermare John Dillinger. Johnny Depp lo incarna come nessuno prima aveva fatto, facendo emergere con pochi gesti misurati, sguardi, a volte la sola presenza, il suo bisogno di sentirsi nel presente per sentirsi vivo.
Il regista punta tutto sul lavoro degli interpreti per raccontare la parabola di un uomo che a suo modo ha incarnato un epoca, ha segnato un periodo storico della vita di un paese. Più che concentrarsi sulla ricostruzione aneddotica dei fatti, vuole delineare il ritratto di un individuo che vivendo a modo proprio, nella sua corsa, si scontra lentamente con i cambiamenti di un epoca: l’interesse della malavita per il crimine organizzato (che fruttava di più delle rapine), il miglioramento dell’appena nato FBI e la morte dei suoi compagni. Dillinger non è più l’uomo del suo tempo. Il lento scomparire di un sogno attorno a una persona che credeva di avere tutto diventa il centro del film. Non manca anche la caccia all’uomo, tema ricorrente nella cinematografia di Mann (Heat, L’ultimo dei moicani, Collateral).
Il binomio Depp-Bale funziona: entrambe le interpretazioni sono essenziali. Questo sembra caratterizzare il modo di dirigere i propri attori, che agiscono senza dire una parola di troppo, costruendo le scene sul non detto, sugli sguardi. Il personaggio di Bale, più del protagonista è tratteggiato da pochi essenziali gesti, ma in tutte le sue sfumature.

Un cinema forte, basato sull’interpretazione degli attori, e che lascia raccontare alle immagini.
Nei film di Mann arriva sempre il momento in cui lo guardo di un personaggio comincia a raccontare tutto un universo. Con un dialogo di sguardi tra Dillinger nel cinema e Gable sullo schermo in Manhattan Melodramma, che ci conduce a un epilogo costruito con forza, il senso di tutto il racconto, il senso dell’esistenza di Dillinger, trova compimento.
“Vale la pena vivere come si ha vissuto. Bye Blackbird”.

articolo precedente| torna indietro | segnala articolo | permalink | social bookmark | versione stampa | sezione superiore | articolo successivo

 

   

VIDEO CORRELATI- Intervista a Stefano Sarcinelli


Parte prima per Il Machete di Francesca Fiorini Lara