13.11.2009 - Andrea Pirrello Già qualche anno fa Sam Shepard tentò di ingabbiare la parola e la personalità di Dylan in una forma compiuta: una serie di interviste, che divennero uno spettacolo teatrale in cui il protagonista cercava di interrogare il cantante ma non riusciva a registrare nulla. Impresa ardua raccontare l’artista tra i più complessi del nostro tempo.
Ci riesce Todd Haynes, il regista di Velvet Goldmyne, componendo un film fantasma, quasi inafferrabile, il cui titolo si riferisce a un brano inedito del cantante. L’autore di questa pellicola sceglie di raccontare il personaggio non rappresentandolo, o meglio, presentando sei Dylan, ispirato, pare, ad una dichiarazione dell’artista che affermava di svegliarsi ogni giorno, una persona completamente diversa. Intuizione chiave per mettere in scena una personalità così incontenibile. Un'esperienza sensoriale e narrativa molto forte si presenta di fronte i nostri occhi. Sei attori per interpretare l’artista in sei epoche diverse, in sei momenti diversi della sua carriera, e in sei aspetti differenti della sua persona. Un viaggio attraverso gli ultimi quarant’anni della cultura americana, ma anche un viaggio nel cinema: a ogni momento del racconto è legato un chiaro riferimento stilistico a un film, a una cinematografia. Così l’episodio con Cate Blanchett è ambientato in 8 ½ di Fellini e quello con Richard Gere in un western di Sam Peckinpah, chiaramente in Pat Garrett & Billy the Kid per cui Dylan scrisse la colonna sonora.
Un lavoro di fotografia complesso e riuscito, nel ricreare le atmosfere e il look delle pellicole a cui il film fa riferimento. Impegnativo il lavoro degli attori, che hanno indossato in modo personale i vestiti in prestito dell’artista, non soltanto in relazione al periodo specifico della carriera che erano chiamati a interpretare. Tra tutti spicca Cate Blanchett, vero e proprio doppio del cantante, sia nell’aspetto che nel modo di muoversi, di parlare.
Un'interpretazione che scioccò pubblico e critica e che le valse la Coppa Volpi.
Ciò non adombra gli altri attori: la rock star Dylan/Ledger in un immaginario cinematografico da Nouvelle Vogue, regala emozioni forti senza eccedere. Siamo di fronte a un attore più maturo, consapevole e il momento della vita di Dylan è fortemente vicino a quello che vive Ledger.
Forse, con quello della Blanchett, è il Dylan più sentito.
Una biografia atipica, che non vuole ricostruire la carriera e la vita dell'uomo, ma restituirne l’essenza della personalità dell’artista.
Un film esistenziale che guarda dentro e fuori, da lontano, da vicino, a uno dei più grandi personaggi del Novecento. |