13.11.2009 - Michele Annese Mi risulta molto difficile parlare di un attore che ho seguito fin dagli esordi, sapendo che la sua parabola ascendente è stata stroncata tragicamente il 22 Gennaio 2008. Non riesco a giudicare chi non ha avuto la possibilità di interpretare personaggi diversi da quelli ordinari e calarsi in ruoli che esulano dalle sue corde o di reinventare la propria immagine in tarda età. È dannatamente difficile parlarne sapendo che costui non ha, e non avrà più, il beneficio del dubbio.
La cantautrice irlandese Dolores O’Riordan diede, musicalmente parlando, il meglio di sé, cantando tutta la sua rabbia nel periodo in cui la sua misteriosa malattia (probabilmente anoressia) era al culmine. L’interprete del Joker in The Dark Knight riesce nell’impensabile impresa di far rivivere uno dei personaggi più riusciti, il più compiuto, nella storia della trasposizione cinematografica del fumetto, forse proprio perché umanamente l’attore, ma sarebbe meglio dire l’uomo dietro al personaggio, vive il momento più basso della sua esistenza. La follia, il disturbo mentale, la schizofrenia che si evince, non solo dai dialoghi, ma anche e soprattutto dai movimenti del giovane attore, sono forse espressione di un malessere quotidiano. Sono realtà, e non finzione. Questo non toglie nulla alla straordinaria interpretazione, che resta di gran lunga la migliore dell’attore. Il Joker, per l’appunto.
L’accoppiata Nicholson/Burton genera un qualcosa di unico, di inimitabile.
Non c’era nessuno più adatto del regista statunitense per dirigere un attore mai così azzeccato.
Senza contare l’unicità delle atmosfere che questi costruisce, come una corona in cui andare ad incastonare la preziosissima gemma Nicholson. Opera unica insomma, e “Paganini non ripete”. Tuttavia a questo assunto inattaccabile manca una variabile. Il tempo.
L’uomo cambia e con lui la società, gli individui, più propriamente cambia il mondo che ci circonda.
È questa l’intuizione di Christopher Nolan. La scelta dell’interprete dell’antagonista dell’uomo pipistrello forse sarà stata fortuna, forse davvero il regista londinese ha saputo vederci lungo, poco importa.
Quello che resta è la Gioconda di Basquiat, un capolavoro non di inventiva ma di tecnica recitativa.
Non sono un fatalista, ma se quello che è accaduto doveva succedere, forse questo era il modo migliore per andarsene, ed è l’eredità più grande che poteva lasciarci Heat Ledger.
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