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Monster's Ball: la scelta di Heath Ledger


13.11.2009 - Giulia Dalla Negra

Steve Alexander: “Sulla scia del Destino di un cavaliere arrivarono offerte importanti, compresa la parte da protagonista in Spider man, ma Heath Ledger cambiò di nuovo marcia, dimostrando capacità da attore drammatico nel ruolo del secondino suicida in Monster’s Ball. (…) Non appena pronunciai la parola Spider man, mi disse: Non fa per me. Ruberei il sogno di qualcun altro. Non tornò mai sulla sua decisione, non disse mai: Se avessi accettato quella parte. E non è una cosa da poco, perché io invece c’ho ripensato eccome. Monster’s Ball, comunque, gli diede esattamente quello che stava cercando, convinse registi e produttori a guardarlo in modo diverso. Gli tolse la patina dell’eroe a tutti i costi.”

Bastano poche parole dell’agente di Heath Ledger per capire le ragioni che, nel 2001, hanno spinto l’attore ad accettare un piccolo ruolo nel film diretto da Marc Forster, lasciandosi alle spalle la possibilità di far parte di una produzione cinematografica che gli avrebbe garantito successo e notorietà. Ledger era, senza dubbio, in cerca di qualcosa di diverso, di una storia che facesse emergere la sua versatilità e capacità di caratterizzazione dei personaggi.
Monster’s Ball, infatti, è un racconto complesso, formato dalla sovrapposizione e dall’intreccio di esistenze intrappolate nella disperazione e nella paradossale, spasmodica ricerca di riacquistare fiducia nella vita. Inquadrature, frasi, sequenze, sguardi rispondono a una struttura narrativa necessaria, catturando per due ore l’attenzione dello spettatore e guidandolo attraverso la vicenda di tre componenti della stessa famiglia, che svolgono lo stesso terribile lavoro (addetti nelle carceri alle esecuzioni capitali), ma che si dimostrano profondamente divisi da diversi orizzonti di valutazione sul valore della vita umana.
Un film decisamente attuale, che induce a riflettere sui conflitti interpersonali e generazionali, sull’incapacità di comunicare e, soprattutto, sulle devastanti conseguenze che derivano da un microcosmo totalmente chiuso in se stesso.
Commuove pensare che un attore di ventidue anni abbia anteposto con fermezza, per una volta, la strada della riflessione a quella del guadagno.

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