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State Of Play: il giornalismo come arma da non sottovalutare


27.11.2009 - Andrea Barboni

La storia ripropone (molto fedelmente) il classico thriller politico, al quale il cinema americano è molto affezionato. L’intrigo parte da due omicidi, all’apparenza per niente collegati, quello di un ladruncolo da quattro soldi, e quello della giovane assistente dell’onorevole Stephen Collins, interpretato da Ben Affleck. Cal e Stephen si conoscono dai tempi del college, e quando il giovane politico si ritrova immischiato in una faccenda di adulterio, consumato con la giovane ragazza morta, chiede aiuto al  vecchio amico giornalista, per non compromettere la propria immagine con i media.
L’aspetto più interessante della pellicola è sicuramente lo strano metodo di lavoro di Cal McAffrey, al quale Russel Crow ha saputo dare volto e forza scenica. Tra montagne di scartoffie e un ufficio sempre in disordine, Cal rappresenta quel giornalismo che pian piano si sta perdendo. Rappresenta il giornalista-poliziotto (a volte anche in maniera esagerata) al quale nessuno riesce a negare un’intervista. Dall’altra parte invece c’è Della (Rachel McAdams), una giovane apprendista che non riesce a dare un senso ai mezzi illeciti utilizzati del collega, e cerca in tutti i modi di capire fino a che punto riuscirà ad arrivare Cal nelle indagini.

Sicuramente questo film ripropone un aspetto molto importante del giornalismo, un cambiamento che sta avvenendo molto rapidamente. Oltre a raccontare di omicidi e legami tra multinazionali, mostra la faccia più intima di questo antico mestiere: da una parte la ricerca della verità, l’implacabile voglia di riuscire a scrivere la realtà, senza legarsi troppo all’economia del giornale stesso, come vuole fare Cal, dall’altra la continua ricerca di un profitto, la sola voglia di scrivere per primi lo scoop (atteggiamento tipico della capo redattrice, interpretata da Helen Mirren).

Kevin McDonald  riesce a racchiudere due mondi completamente diversi, quello dell’America sempre attiva, politicamente spaventosa, e quello del lavoro nudo e crudo dei media. Fa capire come, nella società moderna, le parole abbiano acquisito un ruolo di fondamentale importanza, parole che possono mettere in ginocchio anche coloro che sembrano inattaccabili. Svela il meccanismo che si cela dietro a semplici pagine da sfogliare, la ricerca forsennata di notizie shock e il filtraggio di quelle ritenute non ancora delle vere e proprie bombe giornalistiche.
Il film risulta un ottimo lavoro, da vari punti di vista. La regia non lascia affatto a desiderare e la sceneggiatura non è per niente scontata. La storia è molto interessante e sicuramente può piacere anche ai meno amanti del genere, soprattutto per i dialoghi che si guardano bene dal confondere la trama, anzi, risultano anche molto diretti e interessanti.
L’unica cosa da rimproverare al giovane regista è l’eccesiva “indipendenza”, tipica del personaggio di Cal, che a volte sembra che vesta i panni del poliziotto, e sicuramente questo suo atteggiamento non è molto conforme a quella che è la realtà dei giornalisti. Insomma un personaggio principale che corre troppo e scrive poco, troppo impegnato a rischiare la propria vita per il lavoro.

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