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Quinto Potere: la societą dell'apparenza


27.11.2009 - Giulia Dalla Negra

Quinto Potere, diretto dal regista Sidney Lumet nel 1976, rappresenta uno degli esempi più riusciti nel genere dei media movie, film che scelgono il giornalismo come luogo narrativo per eccellenza, analizzando il potere dei mass media di condizionare la struttura oppositiva realtà/finzione.
La pellicola si presenta infatti come feroce parodia del mondo dei mezzi di comunicazione di massa, riducendoli a strumento di manipolazione dello spettatore e a veicolo di una totale mancanza di capacità di trasmettere messaggi eticamente corretti. A metà tra il dramma satirico e la commedia nera, il film disegna, scena dopo scena, il ritratto crudele di una società priva di coscienza critica, che privilegia l’apparenza e i messaggi di facile impatto, e che non riesce a salvare dal dilettantismo neanche la figura del cronista, storicamente legata a principi di verità e ricerca.

Quinto Potere racconta la storia di Howard Beal, giornalista di un notiziario televisivo, in preda alla disperazione per essere stato licenziato. La notizia lo sconvolge a tal punto che una sera dichiara in diretta, di fronte a milioni di telespettatori, di volersi uccidere. Il suo gesto attira inevitabilmente l’attenzione del pubblico e, i dirigenti del network, decidono di sfruttare la popolarità del conduttore per alzare gli ascolti. Particolarmente inquietante e significativa la scena in cui il protagonista viene “reintegrato” per essere utilizzato dalla Usb Television: il dialogo tra Beal e il presidente della Usb avviene nel campo semantico dell’intimidazione, di fronte a un tavolo immenso e all’interno di un tetro ufficio.
L’occhio di Lumet guarda al mondo del giornalismo con diffidenza, presentando allo spettatore una serie di figure alienate dalla realtà e in preda al desiderio di raggirare il pubblico per far salire l’audience.
Un film profondamente attuale, che fa riflettere sulla complessa gestione dei mass media e sul rischio di trasformare le potenzialità della comunicazione in un cinico ingranaggio che miri esclusivamente a uniformare le opinioni dei telespettatori in unica, asettica direzione.

Quinto Potere è considerato un cult della cinematografia americana ed ha vinto nel 1977 quattro Premi Oscar: migliore attore (Peter Finch), migliore attrice protagonista (Faye Dunaway), migliore attrice non protagonista (Beatrice Straight) e migliore sceneggiatura originale.

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