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Salvador, reporter di guerra è uno sporco mestiere ma qualcuno deve pur farlo!


27.11.2009 - Marco Boccia

Apologo sulle rivoluzioni di tutto il mondo e sul peso che le ideologie politiche hanno in una guerra, Salvador è un film altalenante, che non riesce a tenersi teso e vivo per tutta la sua durata.

Ha però due pregi non trascurabili. Il primo, è la capacità di dichiarare i misfatti americani in tema di politica estera, denunciando la continua ingerenza della super potenza americana, in situazioni politiche di altri stati, solo perché bisogna distruggere i comunisti, o per un poco onorevole tornaconto economico. L'altro pregio è quello far emergere il difficile lavoro del reporter, ancor più difficile se si è in un paese in guerra. 
Richard Boyle rischia la vita per portare a casa un buon servizio che gli regali un po’ di soldi, ma soprattutto la possibilità di dire la propria opinione fuori dal coro, mostrando al mondo la verità e l’orrore di certi avvenimenti.


Oliver Stone è abilissimo nel mettere in bocca al suo protagonista frasi e concetti che denunciano la politica americana, in contrasto con il modo di fare giornalismo di alcuni colleghi assoggettati al potere, facendo scempio di un’etica della verità che spesso difetta in più o meno illustri giornalismi.

Salvador diviene così una buona incursione nel mondo del giornalismo che da sempre affascina il cinema, trovando un punto di vista privilegiato nella macchina da presa che riesce (a volte correndo il rischio di mitizzare) a raccontare un mestiere spesso vittima di se stesso, e forse non sempre capace di farsi comprendere dall’opinione pubblica creando, nell’immaginario collettivo, l’idea del giornalista falso e tendenzioso, sempre a caccia di notizie, spesso infondate,  per vendere più copie.

Merito del cinema, soprattutto americano, è quello di raccontarci il giornalismo come elemento fondamentale della nostra civiltà, che aiuta il mondo ad aprire gli occhi e a guardare ai propri scempi con più oggettività.

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