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Sostiene Pereira: il Giornalismo come strumento di rivoluzione


27.11.2009 - Giulia Dalla Negra

Il film Sostiene Pereira si presenta come la chiara trasposizione del romanzo di Antonio Tabucchi, secondo un criterio di scrupolosa fedeltà, che ha visto la collaborazione dell’autore stesso alla stesura dei dialoghi, e che ha portato a un’unica sostanziale variazione nel finale. La stretta aderenza al testo costituisce, paradossalmente, il punto di forza e il limite della pellicola, consentendo allo spettatore di immergersi nella dimensione letteraria del racconto, ma togliendogli la possibilità di fruire in modo assoluto di uno schema narrativo autonomo. Il regista, Roberto Faenza, riesce però a caratterizzare tematicamente il film, superando l’elemento di maggior difficoltà nel processo di trasposizione cinematografica. Se nel libro a segnare la narrazione è l’espressione reiterativa “Sostiene Pereira”, che rimanda continuamente a un’ipotetica dichiarazione, nel film il potere dell’asserire, dello schierarsi, è affidato al ruolo e all’importanza della professione giornalistica.

Pereira è un personaggio smarrito per la perdita della moglie, silenzioso perché chiuso in sé stesso, impaurito a causa della situazione politica del suo paese in cui si sta instaurando la dittatura. Ma è un giornalista. È il direttore della pagina culturale di uno dei più importanti quotidiani di Lisbona ed ha la possibilità di esprimere il proprio pensiero. Il personaggio di Pereira incarna l’impeto rivoluzionario della dichiarazione. Ciò che gli manca inizialmente è il coraggio di far valere la propria voce, di usare il suo mestiere per smuovere qualcosa a livello sociale e politico. Saranno due incontri a provocare il cambiamento: il primo con Monteiro Rossi, un giovane impegnato politicamente e amante della vita, il secondo – forse il più significativo – con una signora ebrea di origini tedesche a bordo di un treno: “ Ma cosa vuole che faccia? / “Lei che può scrivere sul giornale, racconti quel che succede, faccia sentire che non è d’accordo” / “Sì signora ma io non sono Thomas Mann, traduco racconti dal francese, non saprei fare di più” / “ Lo crede davvero? Forse tutto si può fare, basta averne la volontà”.
Sono queste parole a far decidere al protagonista di pubblicare un racconto breve che termina con la dissacrante esclamazione “Viva la Francia!”, ed è il sacrificio di Monteiro Rossi (torturato dalla polizia per aver cercato di reclutare uomini antifranchisti al sud) a spingerlo a inserire sul giornale, con uno stratagemma, un articolo che denunci apertamente le malefatte del potere.

Attraverso l’accurata regia di Faenza e la straordinaria interpretazione di Marcello Mastroianni, Pereira riesce a scrollarsi di dosso l’inerzia che bloccava le sue reazioni e a esprimere con la parola scritta la malsopportazione nascosta dalla rassegnazione.
Pereira non solo sostiene, ma si schiera.

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