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Shirin


29.08.2008 - Valentina Iuffrida

“L’amore dell’uomo riscalda, quello della donna brucia”. Forse è proprio per questo che il regista iraniano Abbas Kiarostami ha scelto volti femminili per raccontare l’amore di una donna, Shirin. Una storia struggente che appartiene all’Iran da 800 anni, vista letteralmente attraverso gli occhi di 113 attrici iraniane (ad eccezione del cammeo fatto dall’attrice francese Juliette Binoche) inquadrate solo in volto. Solo gli occhi a parlare, mentre la storia di Shirin viene scandita dalle voci fuori campo: una cantilena in armeno, una lamento, una poesia. La storia è di quelle struggenti, senza tempo. L’intensità della passione è femminile. E l’intensità con cui le donne si appassionano affascina Kiarostami, che usa i loro occhi come lavagne su cui disegnare l’emozione, le vicende, e tutti i colori che non possiamo vedere. Si osserva coloro che osservano mentre con l’immaginazione si partecipa al dolore di Shirin che, innamorata perdutamente, agisce come tutte le donne: aspetta, si batte per il suo amore, e perde. Ma questa è un’altra storia, un film che non vedremo mai. Quello che vediamo sono solo queste bellissime donne con il volto racchiuso nel chador, che interagiscono con quello che accade sullo schermo: ridono e piangono, restano con il fiato sospeso. Forse corrono con la mente altrove, in quei posti della memoria in cui al posto di Shirin c’erano loro. Sentono tutto nel profondo perché la storia della principessa armena è anche la loro storia. Infondo è la storia di tutte le donne.

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