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Il Mostro c'è, e si vede


27.11.2009 - Maria Rosaria Donisi

L’abuso di potere da parte della stampa è in grado di determinare le opinioni dei cittadini. L'abilità dei media mira a circoscrivere i temi intorno ai quali deve nascere il dibattito pubblico. In altre parole sono i media a costruire la realtà sociale tramite la manipolazione delle opinioni.
 

Così, il “quarto potere” non è più la voce di chi non ha voce, ma diventa distorsione della realtà.
Ma questa guerra culturale non vede protagonisti solo gli abusi, ma anche l'assenza della libertà di stampa. Solo il 17% della popolazione mondiale vive in paesi dove vige la libertà di stampa. Sono i dati emessi dalla Freedom House, che  definiscono l’Italia un paese parzialmente libero.


Nel 1972 Marco Bellocchio dirige Sbatti il Mostro in Prima Pagina, pellicola in cui sono racchiuse tutte le dichiarazioni sopra citate: c’è l’abuso di potere e c’è un complotto politico che riesce a mescolare le carte. Protagonista della pellicola è la redazione del quotidiano fittizio «Il Giornale» (l'omonimo verrà fondato due anni dopo) in cui il capo redattore, su richiesta dell’editore, nel clima teso della contestazione, segue gli sviluppi di un omicidio a sfondo sessuale per incastrare un militante della sinistra extraparlamentare e strumentalizzare il fatto politicamente. Il caso diventa una campagna mediatica che serve a screditare gli ambienti della sinistra nella fase elettorale.
Bellocchio ci mostra tutte le fasi della costruzione del caso: i titolisti studiano titoli ad effetto, il capo redattore tenta di soggiogare un giovane giornalista alle prime armi, e infine, anche se il “mostro” non è perfetto, l’importante è montare il caso.

Superbo e allo stesso tempo impeccabile Gian Maria Volontè, nel ruolo del distaccato capo redattore. Nascosto dietro la maschera del perbenismo e della normalità, egli stesso offende la sua consorte che rappresenta l’italiano medio, il pubblico a cui il suo giornale propaga notizie fittizie.

Il film, accolto con distacco negli anni ’70, gli anni della sperimentazione, del cinema underground, in realtà è un affresco pieno di simbolismi. I titoli di un giornale pesano più del piombo perché ad essere in gioco sono, e saranno sempre, le vite umane.

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