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Il potere come perversione: Il portiere di notte


08.12.2009 - Andrea Pirrello

Pellicola celebrata per aver messo in scena negli anni settanta il tema della perversione sessuale, e anche criticata per la trama in cui viene ambientata la trasgressione, l’atroce contesto dell’olocausto, Il portiere di notte si dimostra il film più forte e duro di Liliana Cavani.
Forse uno dei più duri e discussi del suo tempo. 
 

Un lussuoso hotel di Vienna negli anni ‘50 si trasforma in un microcosmo di immorali pulsioni sociali e umane. Un gruppo di ex nazisti si rifugia lì per sviluppare strategie per cancellare ogni traccia dei crimini commessi, per cui saranno a breve processati. E un ex ufficiale della SS, adesso portiere dell’albergo, incontra una delle sue vittime, una sopravvissuta al campo di concentramento con cui aveva un rapporto sadomasochista.
 

L’associazione tra crimini di stato e perversione sessuale è diretta.
Molte volte il regime nazista e il sadomasochismo sono stati messi in stretta relazione, come immaginario l’uno dell’altro.
È sufficiente ricordare Il conformista di Benrardo Bertolucci, o le 120 giornate di Salò di Pierpaolo Pasolini per comprendere l’atmosfera e la direzione di questo cinema, figlio del dopoguerra, che tenta di mostrare le cicatrici del passato.
Attraverso l’ossessione carnale che divora i due protagonisti, emerge tutto il senso di colpa di una società decadente che, nel dopoguerra, non riconosce più il proprio presente.
La Cavani mette in scena personaggi intrappolati nella ripetitività compulsiva dei propri ruoli del passato, in una Europa libera che non gli appartiene. Uno sguardo doloroso sulle macerie psicologiche del nostro passato.
 

L’oscenità, come concetto, ha una eco incredibilmente ampia. Così l’atto perverso non è provocazione o esibizione del piacere. Non vi è nessun piacere erotico, ne voyeuristico.
L’osceno è tangibile, ma non è esibito come fine a se stesso, o al piacere stesso (fosse anche quello di guardare). Ha radici più profonde, nell’inconscio collettivo e culturale delle nazioni che uscivano, da poco meno di trent’anni, dall’ultimo conflitto.

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