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Il potere ad ogni costo. Il Macbeth di Lavia


22.01.2010 - Marco Boccia

Breve candela, spegniti! La vita è solo un'ombra che cammina, un povero attorello sussiegoso che si dimena sopra un palcoscenico per il tempo assegnato alla sua parte, e poi di lui nessuno udrà più nulla: è un racconto narrato da un idiota, pieno di grida, strepiti, furori, del tutto privi di significato!

Probabilmente Gabriele Lavia quando ha deciso di mettere in scena Macbeth è partito da queste parole, che sembrano il codice di ingresso alla messa in scena.
Tutto l’impianto drammaturgico, in questo allestimento, si muove su due piani, la tragedia dell’uomo e la tragedia dell’attore-uomo.

Il Macbeth di Lavia è un uomo incapace all’azione, irrisoluto, che anche quando agisce, resta vittima delle proprie nevrotiche paure. Il rimorso e la paura si mescolano disfacendosi per poi ricomporsi nelle fattezze di Lady Macbeth, vero motore immobile di tutto il dramma shakespeariano. Sarà la sposa a condizionare le azioni dell’uomo che si lascia deragliare nei desideri della sua donna. I due amanti non possono che vincolarsi, quasi come se l’unica forza al movimento fosse reperibile in questo continuo gioco di rimandi e spalleggiamenti, fino all’inevitabile conclusione.
Il palcoscenico è aperto, senza quinte, per dare spazio all’azione, per far posto al campo di battaglia dove uomini in divisa nazista aspirano al potere, vittime dei propri desideri di potenza.
Sarà questo stesso desiderio a condurre i due protagonisti alla pazzia.

Lavia ricostruisce, grazie alle scene di Alessandro Camera e ai tagli di luce di Pietro Sperduti, il conflitto interno ed esterno alla coppia che si segue e sorregge, affondando più volte le mani nel sangue. Le trasparenze, il fumo che avvolge le streghe, i piani sovrapposti che dividono i vivi dai morti, sorreggono efficacemente il percorso drammaturgico, portando lo spettatore in un mondo macabro, scuro, a tratti solo illuminato dalla flebile luce di una candela: un mondo che non ha appigli temporali sicuri. Il Macbeth di Lavia è un uomo del passato, ma anche del novecento, lontano e vicino al tempo stesso, in un tempo scandito da una cupa atmosfera di morte. L’uomo-attore si dimena confuso e stravolto, cercando di dare un senso alla propria esistenza: senso che riuscirà a trovare solo nella morte che metterà fine al suo pellegrinare, a volte senza meta. I colori cupi, le luci giallognole e le musiche inquiete e inquietanti di Giordano Corapi, contribuiscono fortemente alla costruzione di quel senso di ineluttabilità, di morte e di colpa che pervade il testo.

Peccato, però, che la rigorosità della messa in scena, perfetta in tutti i suoi elementi scenici, non sia ben sorretta da una recitazione che a tratti sembra troppo manieristica, accademica, soprattutto da parte di Giovanna Di Rauso, una Lady Macbeth non sempre in grado di sostenere il difficile compito. Probabilmente pesa molto la volontà di Lavia di voler primeggiare su tutto e tutti, pagando la scelta di una coprotagonista, non sempre all’altezza di un ruolo di siffatta natura.

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