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Inju, la Bete Dans L'Ombre


29.08.2008 - Marco Boccia

 Finalmente un buon pezzo di cinema. Il film di Barbet Schroeder apre un piccolo spiraglio nel grigiore di questi primi due giorni di Festival, dove grandi pellicole non sono ancora atterrate. Inju è molto ben confezionato, garbato, mai eccessivo nei toni, di una vicenda pur complicata. Sin dalla prima sequenza si ha la sensazione di trovarsi dinanzi a una pellicola ammaliante, che grazie a una sapiente regia molto attenta ai particolari cattura lo spettatore, portandolo per mano nel mondo del film di genere. Schroeder sembra voler indagare il tema del doppio, dell’altro da sé, tanto caro al cinema sin dai tempi del Nosferatu di Mournau, mettendo in risalto l’ambiguità dell’essere umano sempre in balia delle proprie ossessioni, dei propri demoni. Lo fa contrapponendo due scrittori apparentemente molto diversi l’uno dall’altro, pur raccontando le stesse vicende umane, due facce di un’unica medaglia che quando si scoprono inevitabilmente collidono, producendo una deflagrazione che solo il più debole dei due subirà con tutte le conseguenze. Proprio questa debolezza è il centro della pellicola, questa inadeguatezza a riconoscere l’inganno, ma allo stesso tempo la predisposizione umana all’auto inganno. Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, impaurito da ciò che gli si potrebbe rivelare. Mai nulla è come sembra, tutto è lì per ingannare e per deviarci dalla realtà. Certamente il meccanismo funziona molto bene anche perché sorretto dall’ottima fotografia di Luciano Tivoli che sin dal primo frame si rivela illuminata, perfetta per sorreggere la voglia di cinema di Schroeder. Va detto che la pellicola pur se costruita su due piani che si compenetrano, quello del sogno e quello della realtà, non riesce in pieno a confondere lo spettatore con cui Schroeder cerca di giocare come il gatto col topo, scoprendo ben presto ciò che si sarebbe dovuto rivelare solo alla fine. Comunque da vedere.

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