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I poeti maledetti: la droga come accesso alla sensualità del reale


08.02.2010 - Giulia Dalla Negra

L’espressione “poeti maledetti” nasce dal titolo che Paul Verlaine nel 1884 dà alla sua opera antologica Le poètes maudits, raccolta, pubblicata in due edizioni, che contiene, tra gli altri, testi di Stéphane Mallarmé, Arthur Rimbaud e Tristan Corbière, oltre a numerosi versi dello stesso Verlaine. Evidente e apparentemente curiosa l'assenza di Charles Baudelaire, ma la sua esclusione è motivata dal raggruppamento degli autori nel breve periodo in cui operano, periodo che si identifica con il 1873 anno in cui iniziano a circolare Una stagione all'inferno di Rimbaud e Gli amori gialli di Corbière.

La cosiddetta “maledizione” consisteva nello stato di isolamento a cui il poeta, nell’allora nascente società moderna, si sentiva di appartenere e di cui aveva cosciente esperienza. A questa condizione interiore e sociale era intimamente collegato un senso di ribellione, che portava a sua volta al desiderio di un riscatto etico attraverso una dimensione estetica.
Personalità impetuose, sensibili e lontane dagli stereotipi comportamentali della borghesia ottocentesca, spesso i “poeti maledetti” sceglievano di mettere a repentaglio la propria vita in nome di sensazioni intense, abusando di alcool e droghe; esempio assoluto la figura di Rimbaud che moriva a soli 37 anni a causa di uno stile di vita dissoluto.

Inevitabili le conseguenze di un simile modo di vivere sullo stile di scrittura, sia a livello tematico che formale. L’espressione poetica si trasforma in mezzo per instaurare con la realtà circostante un rapporto istintuale, senza alcuna mediazione razionale. La parola si rivela strumento di magia e straniamento, e al centro della riflessione emerge prepotentemente la figura del poeta-veggente che riesce ad avere una visione profonda delle verità più impenetrabili.

 

(…) L’inclinazione frenetica dell’uomo per tutte le sostanze, salutari o rischiose, che esaltano la sua personalità, testimonia della sua grandezza, perché aspira sempre a riaccendere le proprie speranze e a elevarsi verso l’infinito. Ma bisogna vedere i risultati. (…) 
                          Charles Baudelaire, I paradisi artificiali, 1860


Nonostante le sue composizioni non siano presenti nella raccolta di Verlaine del 1884 citata in precedenza, la figura di Baudelaire rientra pienamente nei canoni stilistici e comportamentali che descrivono il mondo dei poètes maudits. La modernità dei suo versi trae ispirazione da ciò che la vita ha di meno idilliaco, in favore invece di ciò che la rende prosaica e sensuale. Tra i temi ricorrenti della sua opera, l’uso-abuso di sostanze stupefacenti come mezzo di evasione dalla realtà. Il vino è la droga prediletta, in quanto metafora di semplicità e gusto popolare. L’ebbrezza consente di creare in uno stato di libertà assoluta, allontanandosi dalla banalità del quotidiano, nell’illusione di “vedere” da vicino, per poi raccontare, la dimensione dei sensi nella sua totale bellezza.


Curiosità…

Nel marzo 1851 viene pubblicato per la prima volta su “Le Messager de L’Assemblée” un breve saggio di Charles Baudelaire dal titolo Del vino e dell’hashish con sottotitolo comparati come mezzi per la moltiplicazione dell’individualità. Il testo viene in parte riutilizzato dall’autore ne I paradisi artificiali del 1860, raccolta di brevi saggi che riportano riflessioni sul vino, hashish e altre droghe.

L’assenzio è il liquore preferito dei “poeti maledetti”; Baudelaire e Verlaine probabilmente scrivono molte delle loro opere sotto l’effetto di questa bevanda. L’assenzio però non è solo un liquore altamente alcolico (73 gradi), ma un modo quasi certo per togliersi la vita, dal momento che contiene un alcaloide tossico in grado di provocare allucinazioni, crisi epilettiche e cirrosi epatica.
Per la sua pericolosità nel 1914 lo stato francese ne proibisce la vendita.
 

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