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Editoriale - Paradisi Artificiali per una buona Creazione Artistica?


08.02.2010 - Maria Rosaria Donisi

Questo monografico è interamente dedicato all’artista, figura perennemente controversa e che in alcune circostanze si aliena. Il “genio” ha come imperativo la sregolatezza, che sembra andare di pari passo col talento e talvolta viene paradossalmente favorito dalla malattia mentale o ancor di più dall’uso di sostanze stupefacenti.
L’interesse intorno al dibattito sulla relazione fra droghe e creatività è sempre stato oggetto di dispute e sembra essere tornato attuale sulla base delle nuove conoscenze raggiunte sugli effetti che hanno le droghe su specifiche strutture del sistema nervoso. Test psicometrici danno prova che l’esperienza farmacologica è un fenomeno passivo, mentre l’atto creativo è una consapevolezza attiva che non sembra essere direttamente influenzata dalla droga.
Se l’arte è espressione della società, questa è la società che abbiamo: la droga assume il volto della Musa Ispiratrice. Tuttavia, non si vuol fare né del moralismo né del perbenismo. Non ci interessa veicolare dei messaggi. Vogliamo raccontare attraverso gli strumenti che possediamo, ossia analizzando le opere degli artisti.

Nel mondo dell’arte la cultura della droga ha avuto molti profeti e molti osservanti.
Sin dall’Ottocento i poeti romantici sono stati i primi a narrare le loro esperienze introspettive sotto l’influenza di varie droghe rivelandoci che il vizio, così come la virtù, sono per l’artista una fonte da cui attingere per creare. Basta pensare agli artisti della beat generation, a quelli dell’espressionismo astratto, agli esistenzialisti parigini del dopoguerra, o agli aderenti all’arte psichedelica.
Queste correnti di pensiero hanno in comune l’idea che la droga sia un mezzo capace di allentare i freni inibitori, di liberare il “genio” dalle antinomie affinché possa librarsi in una sfera irrazionale.

Ma tutti i grandi artisti, anche senza droga avrebbero composto le stesse opere?

Fino a qualche anno fa si parlava di una differenza sostanziale tra le droghe d’artista e il doping d’atleta: pare che la società involontariamente condannasse il doping e chiudesse un occhio sulle sregolatezze dell’esteta.
Il motivo era forse radicato nel retaggio storico che ha sempre visto un alone di mistero intorno alla figura dell’artista maledetto.
Oggi si cambia pagina.
Povero Morgan uscito dalla “Casa del Grande Sanremo” prima ancora di entrarci!
Ma le bestemmie si sa, comportano l’esclusione. L’opinione pubblica si schiera, nei programmi si scatenano i dibattiti e il povero artista non sa più a chi appellarsi. Inutile il tentativo di giustificarsi citando il padre della pscinalisi che usava la cocaina per avere risvolti terapeutici contro la depressione. Morgan, nemmeno Santo Freud potrà salvarti!
Un consiglio spassionato? La prossima volta fatti intervistare da Il Machete!
Ipocrita società che finge di non sapere che nel mondo dello spettacolo sono una marea i personaggi che  fanno uso di droghe e che aspettava al varco una nuova vittima.

A questo punto mi sembra perfetto  concludere con una citazione di Silvano Agosti:

L'arte è semplicemente un meccanismo per ricordare agli esseri umani che sono loro il vero capolavoro purché invece di imprigionare in sé la vita si limitino ad ospitarla. «Poiché - come dice Lucrezio - la vita a nessuno è data in proprietà, ma a tutti in uso».

 

La copertina del Monografico è un collage composto dalle vignette di Andrea Pazienza.

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