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L’Imperatore di Roma, solo nell'immensità del suo impero


08.02.2010 - Tatiana Bellisario

Nel mondo della creatività in generale, pensando al binomio droga/arte, viene in mente una miscela esplosiva e alla massima riuscita artistica. Senza far riferimento agli anni recenti, già in epoche distanti da noi, molti artisti ne facevano uso. La marijuana negli anni ’20 rappresentò un fenomeno innovativo ed era drasticamente diffusa tra i musicisti neri di musica jazz, e poi tra gli scrittori sperimentatori come Hermann Hess e Burroughs. L’uso di cannabis fu utilizzato da personaggi colti e famosi come Baudelaire, Gautier, senza dimenticare il pittore Boissard ed anche Kant e Balzac, traendone tutti quanti un grande impulso, quasi divino e soprannaturale. Il suo utilizzo, quindi, serviva ad aumentare la concentrazione nei momenti di contemplazione e ispirazione. Solo il cinema, attraverso l’immagine, ha messo a nudo la vera inquietudine, il mal di vivere e la scoperta delle droghe come forme di esaltazione mentale e di vitalità. Molte volte ha rappresentato uno spaccato della realtà che, specie tra la fine degli anni '70 e gli inizi degli anni '80, ha coinvolto un’intera generazione che pian piano ha portato all’amalgamarsi delle classi borghesi.
Quanto di vero c’è in questa reazione chimico/naturale?

La rappresentazione cinematografica che più di tutti ha colto il senso, l’odore e la rassegnazione inconsapevole di questo limbo, immerso in un mondo sottile fatto di droghe e alcol, è L’Imperatore di Roma diretto da Nico D’Alessandria, in una pellicola del 1987. L’inquietudine, quasi perenne del regista che iniziava a cambiare i suoi colori e i suoi ritmi, l’ha spinto verso la realizzazione di un’opera originale. Per D’Alessandria non esisteva altro metodo, per dare spazio all'immaginazione, se non seguire e catturare ogni passo di Gerry. La sceneggiatura ripercorre la  vita del protagonista che realmente si drogava.

La disperazione, l’emarginazione e la solitudine possono nascere in ogni dove, dal senso di vuoto, dal silenzio che circonda l’uomo “nessuno”. Nonostante il traffico continui a scorrere per la città di Roma, Gerry non riesce a sentire gli abiti sulla propria pelle, riesce solo a catturare le vibrazioni della sua voce, ma nonostante tutto riesce a cogliere in pieno l’intolleranza dell’umanità, proprio nell’immensità del suo Impero.

 


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