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Pulp Fiction e la droga creativa


08.02.2010 - Simone Artibani

Oppio, assenzio, cannabis, alcol, aumentano la creatività? Sovrastimolano l’Io?
L’immaginario collettivo e i luoghi comuni propendono per il si. Questo intrigante, misterioso binomio droga-creatività ha affascinato intere generazioni e continuerà a farlo. È seducente l’immagine che si ha di Baudelaire, dei poeti maledetti e del “genio e sregolatezza” che passeggia lungo oscuri e sconfinati stati di coscienza. Ma è veramente così? Si può effettivamente aumentare la creatività tramite l’uso di droghe, qualsiasi esse siano? Prendiamo ad esempio la New Orleans degli anni '20: nei circoli e nei ghetti, dove nasceva il Jazz, si credeva (o forse è vero chissà!) che l’uso di cannabis potesse regalare esperienze di coscienza simili a quelle del buddismo Zen. Improvvisamente mi torna alla mente nitida, vivida e dirompente una frase del Dalai Lama: se le droghe regalassero davvero esperienze spirituali, il mondo sarebbe pieno di illuminati. Ora, se le droghe possano donare illuminazione o spianare la strada della creatività non so dirvelo. Di certo so che durante il loro percorso artistico sia Charles Baudelaire che Theophile Gautier hanno messo in discussione il loro rapporto con la droga.

Una cosa è certa però, la cannabis ha innescato-spronato il processo creativo di Quentin Tarantino che ci ha regalato un film che ha gettato “una pioggia di sangue sulla Palma d’Oro” : Pulp Fiction.
Il regista scrisse il soggetto mentre fumava Marijuana in un famossissimo Coffee Shop di Amsterdam (Green House), dove è possibile osservare il fazzoletto, appeso sulla “bacheca dei Vip”, su cui è scritto l’embrione di quello che diverrà poi il soggetto definitivo di Pulp Fiction. Nel film Tarantino usa però la droga sia come espediente narrativo per dare un tocco drammatico, che come status symbol del vuoto esistenziale ed epocale con cui dipinge i tratti caratteriali del Killer Vincent Vega (John Travolta) e della moglie del boss Marcellus, Mia Wallace (Uma Thurman).

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