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The Doors: l’alba e il tramonto attraverso uno specchio


08.02.2010 - Monia Raffi

Buñuel sosteneva che il cinema, grazie alla sua forma naturalmente illusoria, fosse il mezzo migliore per mostrare la frammentazione dell’inconscio. Oliver Stone traccia il suo film sulla medesima linea, utilizzando la settima arte per tradurre in visibile le percezioni sensoriali procurate da sostanze allucinogene.

Attraverso la storia dei Doors, del loro viaggio sia intimo (quello della creazione stimolata da LSD) che pubblico (dall’East coast degli hippies alla New York di Warhol) il ritratto corale del tempo e della società è volto a disegnare in particolare l’ascesa e il declino di Jim Morrison, anima che perse la sua umanità per divenire mito. Gran parte del film è girato in soggettiva e il regista fa un uso massiccio di effetti ottici e in particolare del flou al fine di comunicare allo spettatore la realtà mutata mediante l’uso di allucinogeni; le scene di massa dei concerti, oltre ad essere perfettamente girate e di grande suggestione, divengono visioni fantasmiche, miscuglio di onirico e reale, provenienti dall’Es alterato del cantante.

The Doors, data la portata leggendaria del gruppo e del periodo storico che ritrae, è stato un cult per molti adolescenti; ma, filtrata attraverso la storia di Jim Morrison, la pellicola può essere anche vista come un ritratto di tutti quei poeti, da Rimbaud a Baudelaire, da Mallarmé a Verlaine che hanno elevato a dogma l’uso di sostanze stupefacenti per arrivare all’assoluta libertà dei sensi che consentisse loro una diversa visione del mondo. Come prova il film e la tragica fine del leader dei Doors, in fondo la droga si è sempre rivelata un mezzo illusorio poiché, parafrasando Baudelaire, la droga è uno specchio che mostra una realtà deformata e differente ma, in fin dei conti, pur sempre e soltanto uno specchio.

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