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Maria full of grace, corriere fra uno stato e l'altro


08.02.2010 - Andrea Zanacchi

Si perdono nella memoria le radici di un legame indissolubile che vede protagonista l’arte intesa come incontro di linguaggi e la droga. Un legame dall’orizzonte nefasto, grigio, tempestoso, destinato a consumarsi lentamente sino alla distruzione, ma nonostante ciò, inevitabile. Cosa spinse artisti del calibro di Baudelaire, Jim Morrison, Modigliani a scegliere la droga come stimolo alla creatività? Probabilmente la sensazione di una realtà differente, le inibizioni che svaniscono, i corpi immobili su una poltrona e la mente che fugge a cavalcare immagini liberate da un Io profondo che altrimenti avrebbe come destino il silenzio.

Il cinema dedica molto spazio al rapporto tra arte e droga ma il suo occhio si è fatto carico di immortalare anche alcune delle pagine più terribili della tossicodipendenza, figlia probabilmente della disperazione dell’età moderna, della noia giovanile, della totale mancanza di valori. Maria Full of Grace, scritto e diretto da Joshua Marston, attraverso gli occhi di una ragazza di 17 anni di nome Maria punta il proprio occhio su chi la droga la trasporta nello stomaco da uno stato a un altro, con il terrore costante di esser arrestati o che un ovulo possa rompersi. Uno sguardo crudo, dalle inquadrature documentaristiche, su una vita in cui sono due le scelte possibili: vivere nella povertà imposta dalle condizioni sociali, oppure diventare il minuscolo ingranaggio di un sistema in cui non esiste legge se non quella del denaro e dove la persona non è altro che un contenitore da spedire da uno stato all’altro.

In conclusione non si può non soffermarsi per un istante a pensare al processo che ha portato il connubio tra arte e droga, da spinta verso una nuova visione creativa a specchio di una società malata e che più di altre voci, ha forza e impatto sull’immaginario collettivo, che da assuefazione, una droga da cui nessuno è salvo e di cui non si può più far a meno.

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