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La Beat Generation: la droga come strumento di coesione sociale


08.02.2010 - Giulia Dalla Negra

La Beat Generation è un movimento artistico-letterario nato negli Stati Uniti agli inizi degli anni ’50, e si nutre della presenza di celebri autori come Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Norman Mailer, Gregory Corso, Neal Cassady, Gary Snyder, e William Borroughs.

Il termine “Beat” viene coniato nel 1947 da Kerouac, ma l’espressione è usata ufficialmente solo a partire dal 1952, anno in cui viene pubblicato Go di John Clellon Holmes, storicamente considerato il primo racconto Beat, e This is the Beat Generation (“New York Times Magazine” novembre 1952), articolo che afferma l’esistenza a livello sociale di una nuova corrente di pensiero. L’espressione “Beat” ha carattere polisemantico sia in italiano che in inglese, potendo essere letta secondo diverse accezioni: “Beat” come beatitudine (Beatitude), salvezza ascetica figlia dello spiritualismo zen, o legata al misticismo derivante dall’uso delle droghe e dell’alcool, non che da una costante analisi introspettiva e da incontri sessuali senza inibizioni. E ancora, “Beat” come scoperta del proprio universo interiore, dei valori umani e della coscienza individuale che alimenta lo spirito della collettività, fino ad arrivare a “Beat” come “battuto”, sconfitto da una società che impone modelli comportamentali stereotipati, che allontanano l’uomo dalla spontaneità della vita libera.

Diversi autori hanno influenzato la formazione e il pensiero della Beat generation: alcuni di loro si sono avvicinati a Hemingway, Poe e Faulkner per l’aspro realismo della narrazione, altri hanno preferito Whitman per la schiettezza con cui scriveva riguardo al sesso, e altri ancora hanno scelto Huxley, per il suo legame con il mondo delle droghe.
Il tema della droga è centrale nella nascita e nello sviluppo del movimento. L’uso di sostanze stupefacenti, in particolare di psicodislettici (allucinogeni), permette, secondo i Beats, l’accesso a una diversa visione della realtà, e consente all’individuo di liberarsi dalle comuni restrizioni mentali.

 

Se le porte della percezione fossero sgombrate ogni cosa apparirebbe com’è: infinita.

 William Blake (A Memorable Fancy, in The Marriage of Heaven and Hell, 1790-1793)


 

Le cosiddette consciouness – expanding drugs (droghe che alterano lo stato della coscienza) assumono negli anni ’50 un forte valore di coesione, che consente apparentemente di rimediare al vuoto lasciato dalla seconda guerra mondiale. Il loro utilizzo si carica di una valenza sociale basata sulla distinzione tra hard e soft drugs: le droghe forti, ovvero gli oppiacei dell’Ottocento, danno assuefazione, creano dipendenza e portano a chiudersi in sé stessi; le droghe leggere invece alterano lo stato “normale” della mente inducendo diversi tipi di allucinazione, favorendo l’avvicinamento e il rapporto interpersonale, e migliorando, attraverso la caduta dei freni inibitori, le relazioni tra i sessi.

Particolare attenzione merita un testo di William Burroughs, intitolato The naked lunch, (Il pasto nudo, 1959) scritto sotto l’effetto delle droghe. L’analisi del racconto permette di notare come le sostanze stupefacenti abbiano dirette conseguenze anche sullo stile di scrittura; è possibile infatti individuare due diversi tipi di linguaggio narrativo: uno razionale nei momenti in cui l’effetto della droga sta scemando e uno disorganico, conseguente all’assunzione di allucinogeni.

Borroughs è considerato uno dei padri fondatori del movimento: drogato, omosessuale, ribelle di buona famiglia, è stato anche accusato di aver ucciso la moglie per gioco e di aver sperimentato ogni tipo di droga esistente.

Libero, sconfitto, beato. Semplicemente Beat.
 

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