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Requiem for a dream, la semplice storia di 4 drogati


08.02.2010 - Michele Annese

 È un motivo per alzarmi al mattino. È un motivo per dimagrire, per entrare nel vestito rosso. È un motivo per sorridere, per pensare che il domani sarà bello. Che cos'altro ho, Harry?

Sara Goldfarb / Ellen Burstyn

 

Avere osservato personalmente la vittoria di Darren Aronofsky in quel di Venezia nell’ormai, non più vicino, 2008, con The Wrestler, mi aveva portato, vista la penuria di film degni di questo nome, nella 65ma Mostra del Cinema, a pensare di lui quello che si pensa di un regista come tanti. Bravo sì, ma fortunato. Il film con Rourke non aveva certo impressionato il mio ego cinefilo e frustrava la mia (lo ammetto) scarsa conoscenza sull’autore. Quando la ghiotta occasione di parlare ancora di lui mi si è parata davanti a distanza di due anni, non ho potuto desistere dal lasciarmela scappare.

La storia di quattro drogati, seppur diversa l’una dall’altra, rappresenta un trabocchetto enorme per cadere nel ripetitivo. È il tema stesso che fornisce poco spazio di manovra: le droghe fanno male, sono cattive. Punto, fine. Tutto qua? No perché il cinema ha molti modi di narrare. Intanto Aronofsky non ci mostra una singola scena in cui i protagonisti “si fanno”, ma abilmente, con un artefizio visivo, in cui vediamo pupille dilatarsi, siringhe schiacciarsi e tanti altri frammenti di immagini di questo tipo, ci costringe ad assumere sostanze con loro. La storia è poi divisa in tre capitoli intitolati estate, autunno e inverno, come a ripercorrere idealmente la parabola discendente di un tossicodipendente che non vedrà mai stagliare davanti a sé la rinascita della primavera. L’assenza di un happy end è il tocco di classe che dà un senso a tutto il film. Complimenti Darren, ti avevo sottovalutato.
Requiem for a dream, per stomaci forti, ma assolutamente da non perdere.

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